venerdì 2 maggio 2014

Tra le sbarre il fiore del perdono - «Ho bestemmiato mia madre Ora la benedico»

Tre cappellani di tre carceri del Nord e del Sud. E le loro tre storie di perdono. Storie di morte e risurre­zione, storie nate del dolore e nell’ingiustizia che poi, a poco a poco, sanno aprirsi alla speranza. Percorsi mai facili, spesso tortuosi, sempre dolorosi. 
Perché perdonare gli altri, per un cuore generoso ed educato, è dif­ficile ma non impossibile: accade.
Più arduo è 'perdona­re' Dio, quando lo si 'prega' con la preghiera straziante di chi gli urla la propria rabbia, come fa il protagonista del­la storia narrata da don Virginio Balducchi: «Perché ha permesso che uccidessi? Perché non mi ha fermato?». La pace è assai più difficile, quando deve fare i conti con il dono più meraviglioso e terribile di Dio all’uomo: la libertà. Ma difficilissimo, quasi impossibile è perdonare se stessi, riconciliarsi con il proprio passato. Terribile è il perdono – per il protagonista della storia narrata da don Marco Pozza – da negare o concedere a tua madre che ti ha ab­bandonato accanto a un cassonetto a quindici giorni di vita, condannandoti a un’esistenza a metà, ad affetti am­putati, a un cuore zoppo. E difficile, a volte, è per le istitu­zioni fidarsi, accettando che 'criminali incalliti' decida­no per un diverso futuro, come i detenuti della sezione d’alta sicurezza della storia narrata da don Raffaele Sar­no. Quando però il perdono zampilla, la festa è immen­sa. 
Chiamiamola Pasqua...

Le cicatrici sul capo narrano di una storia remota e ingar­bugliata. Cinquant’anni di strada e orfanotrofi e vita al­l’addiaccio. Come se la prima condanna fosse stata e­messa quando aveva appena quindici giorni di vita e un pas­sante, un buon samaritano, l’aveva raccolto nei pressi di un cassonetto. Ci aveva messo parecchio a finire in galera, quasi non sapesse nemmeno rubare. 

Il nostro primo incontro è di tre anni fa. Lo ricordo irascibile, scorbutico, ingestibile. Con il cuore immenso connaturato ai semplici. La sua preghiera era il rosario, erano le orazioni con­sunte della vecchia catechesi, era la pietà tipica di chi non ha mai nemmeno sfiorato un libro. Pur di stare vicino al Cristo, s’e­ra messo a completa disposizione: a lavare le mattonelle e pu­lire i vetri con le inferriate, per fare di quella sala di galera la no­stra piccola chiesa, così simile a un “ospedale da campo dopo una battaglia”. Dopo un’infinità di battaglie.

Il suo cruccio? Lei, quella don­na mai conosciuta e che mai chiamò “mamma”. La bestem­miava nelle sue preghiere, con­dannandola per quel gesto fol­le dell’abbandono. D’altronde anche nella Scrittura la ribel­lione anticipa la comprensio­ne, le urla fanno da preludio ai canti, e prima della Terra Pro­messa c’è l’agonia dell’Egitto. Lo lasciavamo fare, dire, vocia­re. Mi ricordava un vecchio ru­dere di montagna: un rudere, certo, ma abbastanza prezioso da meritare di venir restaurato, avendo cura prima d’imbragarlo. Noi abbiamo costruito l’imbragatura, il resto fu opera di quel­la Grazia non sempre del tutto “comprensibile”. Ben presto, nel suo cuore al Dio minaccioso è subentrato il Dio della consola­zione, il raggio di luce che gli ha permesso di scandagliare l’a­bisso della sua umanità. E, riconciliatosi con Dio, si è riconci­liato con i fratelli. Si è riconciliato con il volto ignoto della mam­ma mai conosciuta. Dalla maledizione al silenzio. Lui figlio che perdona la madre: «Oggi voglio pregare per mia madre. Chis­sà perché l’ha fatto...». E il perché di un gesto è l’avventura più ostica da braccare tra il ferro e il cemento di una galera. 
È uscito dal carcere l’altro giorno. Fa il giardiniere in un’oasi di spiritualità, dimostrando una spiccata sensibilità per il bello. Proprio lui, che nella sua prima vita ha conosciuto soltanto la bruttezza. Ha portato con sé le poche, piccole reliquie di una vita. Ogni tanto borbotta: «Se la mia mamma avesse abortito, ogni non sarei qui. Che spettacolo: grazie, Dio!». Riconciliato con Dio, con la sua mamma, con se stesso. Ai vecchi compa­gni di galera ha lasciato un biglietto sull’altare, quasi un prelu­dio  di Pasqua: «Vivo per stupirmi ancora». 

(Storia raccontata da don Marco Pozza, Padova) tratto da Avvenire


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