lunedì 18 febbraio 2013

I centomila di piazza San Pietro

C’ero anch’io con la mia famiglia ieri in piazza San Pietro per l’Angelus con papa Benedetto XVI, il primo dopo l’annuncio e il penultimo prima della fine del suo pontificato. Un viaggio di 1200 chilometri per pregare pochi minuti con il Papa e intravederlo dal vivo lassù dalla «finestra dell’Angelus» un’ultima volta. Ma lo stupore è stato incontrare tanti amici che avevano obbedito allo stesso impulso, e ancora migliaia e migliaia di persone che avevano fatto lo stesso: chi da più vicino, chi da più lontano tutti a piazza San Pietro.
Almeno in 100mila attirati da una forza invisibile, senza che nessuno avesse dato l’ordine o suggerito qualcosa: un moto spontaneo del cuore, scattato molto prima che la testa provasse a darne la ragioni.

Già, perché siamo andati in tanti in piazza San Pietro ieri? In fondo sarebbe bastato seguire con più attenzione l’Angelus alla tv, si vede anche meglio. Eppure non potevamo resistere al desiderio di esserci. Perché? Cosa cercavamo tutti in piazza San Pietro? Cosa volevamo affermare?

Anzitutto una cosa molto semplice: un’immensa gratitudine per questo Papa che è stato capace di introdurci con molta semplicità nella compagnia di Cristo. Una cosa che ha sempre colpito di Joseph Ratzinger è l’assoluta familiarità con Dio, la capacità di renderti presenti, palpabili, concreti, quasi visibili anche i misteri più complicati della fede cristiana. Può parlarti della Trinità, anzi descriverla, come se Padre, Figlio e Spirito Santo fossero lì in carne e ossa vicino a lui. Benedetto XVI ci ha reso più semplice la decisione di camminare, e grandemente desiderabile la santità. Come non essergli grati? Ancora di più ora, che con il sacrificio più grande ci ha fatto capire che è davvero Cristo a guidare la Chiesa e non gli uomini, costringendo anche noi a chiederci in cosa crediamo davvero. Qualcuno ha detto, giustamente, che della famosa enciclica sulla fede che stava scrivendo – dopo quelle sulla carità e sulla speranza – non c’è più bisogno, perché l’ha scritta con la vita.

Gratitudine anche alla Chiesa perché continua a generare questi esempi di santità, e proprio quando sembra che il peccato dei suoi uomini stia lì lì per spazzare via tutto. Leggendo i giornali in questi giorni si può facilmente cadere nello sconforto e nel cinismo, apprendendo delle storie di divisioni, intrighi, giochi di potere che sembrano dominare nella Curia vaticana. Non tutto è vero, molte cose sono farina di chi scrive, in odio alla Chiesa, ma lo stesso Benedetto XVI ha ripetutamente fatto cenno a queste piaghe che deturpano il volto della Chiesa, inutile negarlo. Eppure da piazza San Pietro ieri è arrivata la risposta più eloquente a tutto questo chiacchiericcio, a tutte queste dietrologie e complottismi: il popolo cristiano sa riconoscere i santi, sa riconoscere chi vale la pena seguire. Il profumo di santità è inconfondibile e si impone sulla puzza di lerciume che la circonda.

Il profumo di santità è inconfondibile, attrae, e ci fa domandare anche la nostra conversione, il “ri-orientamento” verso Dio, come l’ha definito ieri il Papa. Ed ecco un secondo motivo per cui essere lì in San Pietro: un pellegrinaggio per chiedere che il nostro cuore si apra, «per riscoprire la fede come criterio base della nostra vita», per chiedere sostegno in quel «combattimento spirituale» che da soli non potremmo mai vincere. Le dimensioni enormi della piazza e, all’interno, della Basilica sembrano fatte apposta per ricordarci la nostra piccolezza, la nostra vera dimensione. E capire che la nostra grandezza sta tutta nell’appartenenza a Cristo.

Centomila persone ieri, ancora di più ce ne saranno domenica prossima e poi ancora mercoledì 27, per l’ultima udienza generale. A testimoniare che la Chiesa – così come il mondo - ha anzitutto bisogno di santi; a pregare perché i 117 padri chiamati a eleggere il nuovo Papa abbiano il cuore permeabile alla volontà dello Spirito Santo, che non può concretizzarsi senza il sì di ciascuno di loro. Così come la volontà di Dio non può accadere nella nostra vita senza il nostro sì.
di Riccardo Cascioli  tratto da La Nuova Bussola Quotidiana 18-02-2013

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