lunedì 12 settembre 2011

Dall'Eucarestia una nuova società

di Massimo Introvigne  (tratto da La Bussola Quotidiana 12-09-2011)

Nel 2005 Benedetto XVI, nel suo primo viaggio apostolico in Italia, andò a Bari per il Congresso Eucaristico. L'11 settembre 2011 è tornato a un Congresso Eucaristico italiano, ad Ancona, e ha proposto una serie di meditazioni che indicano il regno di Gesù Cristo sui cuori e sulle società come regno eucaristico.

Il Papa ha ricordato nell'omelia al Cantiere Navale di Ancona che «la bimillenaria storia della Chiesa è costellata di santi e sante, la cui esistenza è segno eloquente di come proprio dalla comunione con il Signore, dall’Eucaristia nasca una nuova e intensa assunzione di responsabilità a tutti i livelli della vita comunitaria, nasca quindi uno sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona».

Il Papa non ha citato alcun santo in particolare, ma non è fuori luogo ricordare che nel corso dell'Anno Sacerdotale e della visita in Francia del 2008 Benedetto XVI ha evocato ripetutamente san Pier Giuliano Eymard (1811-1868), il santo francese di cui ricorre quest'anno  il secondo centenario della nascita e che - ispirato anche dal filosofo di Lione Antoine Blanc de Saint-Bonnet (1815-1880) - fu l'apostolo non solo della spiritualità eucaristica ma, specificamente, della centralità dell'eucarestia per la restaurazione di una società conforme al piano di Dio e quindi a misura della persona umana.

Nell'omelia dell'11 settembre il Papa ha riflettuto sulla reazione di rigetto dei discepoli quando Gesù accenna al mistero dell'eucarestia nella sinagoga di Cafarnao: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (Gv 6,60). Questa «reazione dei discepoli, molti dei quali abbandonarono Gesù - ha detto il Papa, - non è molto lontana dalle nostre resistenze davanti al dono totale che Egli fa di se stesso. Perché accogliere veramente questo dono vuol dire perdere se stessi, lasciarsi coinvolgere e trasformare, fino a vivere di Lui».

Ma attenzione: la nostra incomprensione dell'eucarestia, di cui è figura quella dei discepoli a Cafarnao, non si riferisce solo alla difficoltà di accettare il mistero ma anche al rifiuto di accettare che l'eucarestia può e deve diventare il centro di una società fondata sulla vera libertà.
«“Questa parola è dura!”; è dura perché spesso confondiamo la libertà con l’assenza di vincoli, con la convinzione di poter fare da soli, senza Dio, visto come un limite alla libertà. E’ questa un’illusione che non tarda a volgersi in delusione, generando inquietudine e paura e portando, paradossalmente, a rimpiangere le catene del passato: “Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto…” – dicevano gli ebrei nel deserto (Es 16,3) [...]. In realtà, solo nell’apertura a Dio, nell’accoglienza del suo dono, diventiamo veramente liberi, liberi dalla schiavitù del peccato che sfigura il volto dell’uomo e capaci di servire al vero bene dei fratelli».

Il regno eucaristico di Gesù è difficile da accettare perché si scontra con la mentalità laicista dominante, secondo cui la religione è un fatto privato che, per così dire, non c'entra con la società e la vita politica, e con le ideologie atee secondo cui lo sviluppo sarebbe garantito precisamente dall'esclusione della religione: una tesi peraltro, nota il Papa, clamorosamente smentita dalla storia. «“Questa parola è dura!”; è dura perché l’uomo cade spesso nell’illusione di poter “trasformare le pietre in pane”. Dopo aver messo da parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve interferire con la vita pubblica, certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia. La storia ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al posto del pane».

Riconoscere che è Dio ultimamente a darci oggi il nostro pane quotidiano significa capire che «l'uomo è incapace di darsi la vita da se stesso, egli si comprende solo a partire da Dio: è la relazione con Lui a dare consistenza alla nostra umanità e a rendere buona e giusta la nostra vita. Nel Padre nostro chiediamo che sia santificato il Suo nome, che venga il Suo regno, che si compia la Sua volontà. E’ anzitutto il primato di Dio che dobbiamo recuperare nel nostro mondo e nella nostra vita, perché è questo primato a permetterci di ritrovare la verità di ciò che siamo, ed è nel conoscere e seguire la volontà di Dio che troviamo il nostro vero bene. Dare tempo e spazio a Dio, perché sia il centro vitale della nostra esistenza».

Ma, appunto, «da dove partire, come dalla sorgente, per recuperare e riaffermare il primato di Dio? Dall’Eucaristia: qui Dio si fa così vicino da farsi nostro cibo, qui Egli si fa forza nel cammino spesso difficile, qui si fa presenza amica che trasforma. Già la Legge data per mezzo di Mosè veniva considerata come “pane del cielo”, grazie al quale Israele divenne il popolo di Dio, ma in Gesù la parola ultima e definitiva di Dio si fa carne, ci viene incontro come Persona. Egli, Parola eterna, è la vera manna, è il pane della vita (cfr Gv 6,32-35) e compiere le opere di Dio è credere in Lui (cfr Gv 6,28-29)».

Il Papa insiste sul fatto che l'eucarestia non cambia solo la vita interiore, individuale, ma crea una società nuova. Infatti, «che cosa comporta per la nostra vita quotidiana questo partire dall’Eucaristia per riaffermare il primato di Dio? La comunione eucaristica, cari amici, ci strappa dal nostro individualismo, ci comunica lo spirito del Cristo morto e risorto, ci conforma a Lui; ci unisce intimamente ai fratelli in quel mistero di comunione che è la Chiesa, dove l’unico Pane fa dei molti un solo corpo (cfr 1 Cor 10,17), realizzando la preghiera della comunità cristiana delle origini riportata nel libro della Didaché: “Come questo pane spezzato era sparso sui colli e raccolto divenne una cosa sola, così la tua Chiesa dai confini della terra venga radunata nel tuo Regno” (IX, 4). L’Eucaristia sostiene e trasforma l’intera vita quotidiana» in tutte le sue dimensioni, compresa quella sociale e politica.

Ben lontana dal chiudere l'uomo in se stesso, l'eucarestia appare allora come il  «vero antidoto all’individualismo e all’egoismo che spesso caratterizzano la vita quotidiana, porta alla riscoperta della gratuità, della centralità delle relazioni, a partire dalla famiglia, con particolare attenzione a lenire le ferite di quelle disgregate. Una spiritualità eucaristica è anima di una comunità ecclesiale che supera divisioni e contrapposizioni e valorizza le diversità di carismi e ministeri ponendoli a servizio dell’unità della Chiesa, della sua vitalità e della sua missione. Una spiritualità eucaristica è via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione. Una spiritualità eucaristica ci aiuterà anche ad accostare le diverse forme di fragilità umana consapevoli che esse non offuscano il valore della persona, ma richiedono prossimità, accoglienza e aiuto. Dal Pane della vita trarrà vigore una rinnovata capacità educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città degli uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una società più equa e fraterna».

Non è un caso che questa proclamazione del regno eucaristico di Gesù Cristo coincida con la data del decennale dell'11 settembre 2001. Nell'Angelus ad Ancona Benedetto XVI ha affermato che «il nostro pensiero va anche all’11 settembre di dieci anni fa» e ha ricordato il nucleo essenziale della sua lettera pubblicata il 10 settembre e indirizzata all'arcivescovo di New York mons. Timothy M. Dolan, dove afferma che «la tragedia di quel giorno è resa ancor più grave dalla rivendicazione dei suoi autori di agire in nome di Dio. Ancora una volta, bisogna affermare senza equivoci che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo». L'11 settembre mostra, in un certo senso, il contrario del regno sociale di Gesù Cristo che il Papa propone d'instaurare attraverso il suo regno eucaristico. Quando si rifiuta il regno della verità e della giustizia, che è quello del Signore e della sua eucarestia, rimane solo il regno della violenza.

Si tratta dunque, ha detto ancora il Papa nell'omelia, di  «vivere in tutte le circostanze il primato di Dio, all’interno del rapporto con Cristo e come offerta al Padre». Il Papa ha ricordato nella cattedrale di san Ciriaco ad Ancona questo primato anzitutto ai sacerdoti come primato dell'eucarestia nella vita e nella giornata di ogni prete, un tema che era stato centrale nell'Anno Sacerdotale. Ma, se il regno eucaristico di Gesù Cristo è un regno sociale, non può non avere come base su cui poggia la cellula fondamentale della società, cioè la famiglia.

Negli ambienti cattolici occorre oggi, ha detto il Pontefice, «superare una visione riduttiva della famiglia, che la considera come mera destinataria dell’azione pastorale. È vero che, in questa stagione difficile, essa necessita di particolari attenzioni. Non per questo, però, ne va sminuita l’identità e mortificata la specifica responsabilità. La famiglia è ricchezza per gli sposi, bene insostituibile per i figli, fondamento indispensabile della società, comunità vitale per il cammino della Chiesa».

«A livello ecclesiale valorizzare la famiglia significa riconoscerne la rilevanza nell’azione pastorale. Il ministero che nasce dal Sacramento del Matrimonio è importante per la vita della Chiesa: la famiglia è luogo privilegiato di educazione umana e cristiana e rimane, per questa finalità, la migliore alleata del ministero sacerdotale; essa è un dono prezioso per l’edificazione della comunità».  Nello stesso tempo alla società e alla politica il Papa ricorda che «nessuna vocazione è una questione privata, tantomeno quella al matrimonio».

Come coltivare e vivere questa vocazione in un contesto sociale difficilissimo, partecipando al regno sociale di Gesù Eucaristico, è stato il tema dell'incontro di Benedetto XVI con i fidanzati in Piazza del Plebiscito ad Ancona. In questo «tempo non facile», ha detto il Papa, «la tavola è imbandita di tante cose prelibate, ma, come nell’episodio evangelico delle nozze di Cana, sembra che sia venuto a mancare il vino della festa».
Manca il vino della festa «a una cultura che tende a prescindere da chiari criteri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza. Appartiene a una cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo, che in realtà banalizza la sessualità e tende a farla vivere al di fuori di un contesto di comunione di vita e d’amore». Il relativismo nasconde la verità sul matrimonio e impedisce alla famiglia di essere pilastro della società: il Pontefice riprende qui un tema fondamentale della GMG di Madrid.

E, come a Madrid, il Papa invita i giovani a non scoraggiarsi, ricorda loro che «la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a voi con grande fiducia. Essa sa che avete sete di valori, quelli veri, su cui vale la pena di costruire la vostra casa! Il valore della fede, della persona, della famiglia, delle relazioni umane, della giustizia. Non scoraggiatevi davanti alle carenze che sembrano spegnere la gioia sulla mensa della vita. Alle nozze di Cana, quando venne a mancare il vino, Maria invitò i servi a rivolgersi a Gesù e diede loro un’indicazione precisa: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Fate tesoro di queste parole, le ultime di Maria riportate nei Vangeli, quasi un suo testamento spirituale, e avrete sempre la gioia della festa: Gesù è il vino della festa!».

«Come fidanzati - ha insistito Benedetto XVI - vi trovate a vivere una stagione unica, che apre alla meraviglia dell’incontro e fa scoprire la bellezza di esistere e di essere preziosi per qualcuno, di potervi dire reciprocamente: tu sei importante per me. Vivete con intensità, gradualità e verità questo cammino. Non rinunciate a perseguire un ideale alto di amore, riflesso e testimonianza dell’amore di Dio!». Belle parole, potrebbe dire qualcuno. Ma come applicarle in concreto in una società che spinge a comportarsi ben diversamente?  «Ma come vivere questa fase della vostra vita, testimoniare l’amore nella comunità? Vorrei dirvi anzitutto - ha detto il Papa - di evitare di chiudervi in rapporti intimistici, falsamente rassicuranti; fate piuttosto che la vostra relazione diventi lievito di una presenza attiva e responsabile nella comunità. Non dimenticate, poi, che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro».

Tutto questo è possibile solo se si tiene sempre presente la verità sull'amore insidiata dal relativismo contemporaneo, e cioè che «ogni amore umano è segno dell’Amore eterno che ci ha creati, e la cui grazia santifica la scelta di un uomo e di una donna di consegnarsi reciprocamente la vita nel matrimonio». Tutto questo nelle parole del Papa diventa subito indicazione pratica per i fidanzati. «Vivete questo tempo del fidanzamento nell’attesa fiduciosa di tale dono, che va accolto percorrendo una strada di conoscenza, di rispetto, di attenzioni che non dovete mai smarrire: solo a questa condizione il linguaggio dell’amore rimarrà significativo anche nello scorrere degli anni. Educatevi, poi, sin da ora alla libertà della fedeltà, che porta a custodirsi reciprocamente, fino a vivere l’uno per l’altro. Preparatevi a scegliere con convinzione il “per sempre” che connota l’amore: l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. E non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le tappe finisce per “bruciare” l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile. La fedeltà e la continuità del vostro volervi bene vi renderanno capaci anche di essere aperti alla vita, di essere genitori: la stabilità della vostra unione nel Sacramento del Matrimonio permetterà ai figli che Dio vorrà donarvi di crescere fiduciosi nella bontà della vita. Fedeltà, indissolubilità e trasmissione della vita sono i pilastri di ogni famiglia, vero bene comune, patrimonio prezioso per l’intera società. Fin d’ora, fondate su di essi il vostro cammino verso il matrimonio e testimoniatelo anche ai vostri coetanei: è un servizio prezioso! ».

Ma il Papa sa bene che il cammino che consiglia ai fidanzati  rischia di essere difficilissimo oggi se non si torna sempre «su un punto essenziale: l’esperienza dell’amore ha al suo interno la tensione verso Dio. Il vero amore promette l’infinito! Fate, dunque, di questo vostro tempo di preparazione al matrimonio un itinerario di fede: riscoprite per la vostra vita di coppia la centralità di Gesù Cristo e del camminare nella Chiesa. Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida di Lui, l’acqua della vita quotidiana si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita».

Anche ai fidanzati Benedetto XVI propone dunque di sentirsi parte del regno eucaristico del Signore.  «Cana, infatti, è annuncio e anticipazione del dono del vino nuovo dell’Eucaristia, sacrificio e banchetto nel quale il Signore ci raggiunge, ci rinnova e trasforma. Non smarrite l’importanza vitale di questo incontro». L'appello al regno eucaristico è appunto quello di Cana, è «l'invito della Vergine Madre – “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”». Allora, ha detto il Papa ai giovani, «non vi mancherà il gusto della vera festa e saprete portare il “vino” migliore, quello che Cristo dona per la Chiesa e per il mondo».

Fuori del regno eucaristico, nel regno del relativismo e della violenza che si è tragicamente manifestato l'11 settembre 2001, anche vivere il fidanzamento e il matrimonio cristiano può sembrare impossibile. Ma nel regno sociale ed eucaristico di Gesù anche il Vangelo del matrimonio e della famiglia trova il suo habitat naturale e la possibilità del suo genuino sviluppo.

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