martedì 28 giugno 2011

2011 - 4° incontro di preparazione alla Consacrazione - 2° parte

2° PARTE       Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il Regno del cieli


La beatitudine è una sorta di sigillo di garanzia posto su chi appartiene a Cristo e abbraccia fino in fondo la causa del Suo Vangelo, seminando attorno a sé mitezza, misericordia, purezza, amore e pace. Non basta per esempio essere perseguitati per partecipare alla beatitudine “beati i perseguitati per causa della giustizia”, non basta nemmeno una generica appartenenza a Cristo perché la persecuzione si radica nel primato dell’amore e soprattutto nel primato della coerenza della fede. Questa coerenza esige di non sconfessare mai per nessun motivo il Signore Gesù.

Il Cardinal Martini diceva: “Chi rompe con la logica del mondo, chi non si conforma a questo secolo, paga tale rottura”. Essere cristiano vuol dire non andare d’accordo con il modo di pensare di oggi perché si testimonia il divino che è a un tempo trascendente e immanente la storia.
A questo proposito  Papa Benedetto XVI il 2 aprile 2008 diceva: “Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro come avvenne per Gesù oggetto di persecuzione. Come Lui sono segno di contraddizione. La convivenza fraterna, l’amore, la fede, le scelte in favore dei più piccoli e poveri che segnano l’esistenza della comunità cristiana, suscitano talvolta un’avversione violenta”.
Di fronte a questo viene da dire che se noi cristiani fossimo più seri e più coerenti, se vivessimo davvero lo spirito del Vangelo, il mondo crederebbe. Forse dobbiamo rifarci ai primi cristiani i quali hanno convertito i pagani con la loro testimonianza di vita, tanto che i pagani dicevano: “Guardate come si amano!”
Allora la conclusione, alla luce della beatitudine che stiamo meditando, è diversa: se noi fossimo più coerenti e vivessimo veramente il Vangelo, il mondo ci perseguiterebbe.
Nell’enciclica Spe Salvi  Papa Benedetto XVI fa notare che la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede (n° 37).
La persecuzione non risparmia il Figlio di Dio, Giusto perseguitato, venuto a salvare il mondo che lo odia (Gv 3, 17 e 15, 18) e culmina con la Passione. Il mistero del rifiuto di Cristo si condensa nel prologo di Giovanni: “Venne tra i suoi ma i suoi non l’hanno accolto”. Sarà il comune destino di tutti i discepoli di Gesù (“ Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi”).
A proposito di questo, Giovanni Paolo II il 7 maggio 2000 dice: “E’ Cristo il chicco di frumento che morendo ha dato frutti di vita immortale. E sulle orme del Re crocifisso ci sono i Suoi discepoli che sono diventati nel corso dei secoli, schiere innumerevoli di ogni nazione, razza, popolo e lingua, apostoli e confessori della fede, vergini e martiri, audaci araldi del Vangelo e silenziosi servitori del Regno”. E ancora “Dopo di Lui e dietro di Lui, fino ai nostri giorni, una schiera di innumerevoli discepoli lo hanno seguito nel dono della vita, nella testimonianza del martirio per amore alla verità. Solo Lui è giusto e può rendere giustizia al mondo soggiogato dal peccato”.
Il Suo progetto si realizza solamente nell’obbedienza docile del Figlio Unigenito che si abbandona nelle mani del Padre e compie la Sua volontà.
Gesù con la Sua morte dà la possibilità a chi crede di entrare nello spirito della beatitudine che dice “beati i perseguitati a causa della giustizia…” , naturalmente se Gesù scendesse dalla croce dovrebbe far salire noi ma non sarebbe più Signore e Messia. Ma è proprio per salvare noi dalla morte, frutto del primo peccato, che Gesù non ha accettato la sfida di scendere dalla croce perché sa che per obbedire al Padre non può salvare se stesso e così sulla croce diventa Re.
Anche Maria ha vissuto la beatitudine dei perseguitati a motivo di quella giustizia che è l’indefettibile fedeltà al mistero di Cristo. Sul Calvario, pur senza morire, ha conquistato la palma del martirio, proprio partecipando alla persecuzione subita dal Giusto.
Maria condivide il destino del segno contraddetto e rifiutato (ricordiamo le parole del vecchio Simeone al tempio). Ella è direttamente associata a Gesù, tutta dalla Sua parte e ne condivide la sorte.
Maria, non si lamenta ma ancora una volta apre gli occhi della fede e riprende il Suo cammino terreno in un abbandono completo a Dio.
Nel canto 35 il Montfort faceva cantare ai fedeli queste parole: “Sempre il mondo, in ogni luogo, i servi di Dio ha crocifisso”.
Servire il Vangelo per questo santo inevitabilmente significava abbracciare la croce. La sua predicazione infastidiva e gli procurava nemici, i suoi denigratori lo screditavano presso la gente e presso i Vescovi. Spesso hanno cercato di avvelenarlo. A causa del suo zelo fu colpito da interdizione nelle diocesi. Morirà solo, sebbene più volte avesse chiesto al Signore un gruppo di Sacerdoti che seguisse la sua opera.
A coloro che lo seguono, Cristo non promette una vita facile.
Annunzia piuttosto che, vivendo il Vangelo, dovranno diventare segno di contraddizione. Se egli stesso soffrì persecuzione, essa si compirà anche per i suoi discepoli.
Il nostro è il tempo della santità e l’appello a vivere una sempre più intensa vita di grazia lo rende anche il tempo della lotta nel cuore del cristiano e della storia. Non solo!
Per il santo di Montfort gli amici del mondo hanno sempre perseguitato, e continueranno più che mai a farlo, quelli e quelle che appartengono alla Vergine.
Camminare sulle tracce di Gesù Cristo obbliga ad optare per un’arte di vivere opposta a quella del mondo. Questo suscita prove che sono sorgente di vita e garanzia di fecondità.
Chi prende sul serio il vangelo procede nel senso opposto a quello del mondo e si espone alla beffa, all’abbandono, perfino dei suoi familiari (cf Lc 12,51-53), all’incomprensione e alla persecuzione.
Manifestare la vita di Dio attraverso la propria esistenza implica prove, rotture, rinunce o strappi derivanti dall’opzione di fede o dalla sequela del Cristo, dall’accoglienza o dal servizio reso al vangelo.
L’opposizione tra il vecchio uomo e l’uomo nuovo, tra la carne e lo spirito, è quindi sorgente di rinuncia e di sofferenza.
Nel Battesimo ci stringiamo a Gesù, pietra angolare ma rigettata dagli uomini e veniamo impiegati come altrettante pietre vive per la costruzione della Gerusalemme celeste.
Se è così, ci ricorda il Montfort, «aspettatevi dunque di essere tagliati, scalpellati e cesellati dal martello della croce; diversamente rimarreste come pietre grezze che non servono a nulla, sono disprezzate e si gettano via». Il Battesimo è quindi causa di croce per il cristiano per il fatto che lo rende partecipe del mistero pasquale.
Proprio nell’esperienza della persecuzione Gesù ci garantisce la gioia. La gioia è la presenza del bene che si ama. E qual è il nostro bene amato? Nel momento in cui Gesù Cristo diventa per noi il bene amato, il sommo bene, il fatto che Lui ci sia e che sia con noi è la gioia, la grande ricompensa, che è nei cieli, cioè che va al di là della struttura di questo mondo.
La gioia non sta nella sofferenza o nella persecuzione in se stesse ma nell’essere con Cristo, qualunque cosa succeda, costi quello che costi.
La devozione mariana non può ripiegarsi su se stessa, perché è dinamicamente protesa verso il compimento della storia, cioè verso il regno di Gesù Cristo.
 Come consacrati a Cristo per le mani di Maria non ci è dato di fuggire dalla storia ma dobbiamo investire noi stessi perché si stabilisca e si diffonda il regno di Dio.
La consacrazione fa entrare in un rapporto personale coinvolgente ed affettivo con Maria per andare a Gesù ed essere totalmente Suoi. Tale relazione con Maria, viva e reale, fatta di gesti e azioni, matura l’atteggiamento del porre ogni fiducia in Dio per mezzo di Lei.
E’ Gesù che ispira fortezza per vincere la mediocrità, la tendenza ad essere accomodanti con la mentalità permissiva della società in cui viviamo. Infatti contrario alla fortezza è il rispetto umano, una certa naturale viltà, frutto dell’amore di sé, del proprio comodo che spinge ad evitare le umiliazioni, le prove, le sofferenze, le difficoltà, a non essere fedeli alla professione della nostra fede, a cedere al compromesso. La fortezza suppone la vulnerabilità.
Possiamo essere forti, fermi, coraggiosi e resistenti solo a partire dal fatto che siamo fragili. Forte è colui che sa di essere debole e ne prende coscienza e ha il coraggio di porre la propria fiducia in «colui che tutto può» (cf Ef 3,20).
Così sentiamo attuali anche per noi le parole che Benedetto XVI ha indirizzato ai giovani a Loreto, il 2 settembre 2007: «Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie "alternative" indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune.
Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo».

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