lunedì 13 giugno 2011

2011 - 2° incontro di preparazione alla Consacrazione - 1° parte

1° PARTE     Beati i miti perchè erediteranno la terra

Vi sarete chiesti come mai le beatitudini come preparazione alla Consacrazione a Gesù per le mani di Maria. Se voi vi siete accorti prima guardiamo ogni singola beatitudine in Gesù, poi da Gesù passo a considerare come Maria ha vissuto questa beatitudine, poi il Montfort colui che ci invita alla consacrazione. Alla fine tiriamo le conseguenze per noi consacrati perché più riusciamo a realizzare le beatitudini più ci avviciniamo alla figura di Cristo. La consacrazione è dare tutto al Tutto che è Dio. La consacrazione è una terapia capace di educarci e orientarci sempre verso Dio e i fratelli.

Poi questa consacrazione fa crescere in noi il senso del servizio gratuito della generosità e dell’accoglienza da povero a povero (TVD 135), porta a confidare a Dio per le mani di Maria il proprio dolore, la propria sofferenza e a consegnarli a Lui (TVD 199). Nel segreto ammirabile del Rosario il Montfort scrive: “Se sei nell’afflizione, ricorri a Maria che vuol dire “Mare amaro” e che attualmente in Cielo è diventato mare di purezza e dolcezza”  “Ella convertirà la tua tristezza in gioia e le tue afflizioni in consolazioni”.
Oggi parleremo della 3° e 4° beatitudine, in particolare parleremo dei miti e di quelli che hanno fame e sete della giustizia.
Questa beatitudine contraddice l’esperienza quotidiana dove per vincere ed emergere occorre far leva sulla prepotenza. Anzi per molti questa beatitudine ha una connotazione negativa e viene scambiata per debolezza o per quella imperturbabilità di chi sa controllare  la propria emotività.
Per noi che siamo cristiani, chi sono i miti?
I miti sono persone umili che non si adoperano per affermare se stessi a forza di gomitate, di spintoni, gente mansueta che non sente la spinta di opprimere e sfruttare perché fiduciosa nella volontà di Dio, quindi gente umile, mansueta, paziente, non passiva ma interiormente forte,  che prima di ogni realtà di ogni ricompensa eredita se stessa. Questa è la cosa più importante e la più difficile da conservare. La Bibbia accosta la mitezza all’umiltà e alla pazienza. L’una mette in luce la disposizione interiore da cui scaturisce la mitezza, l’altra gli atteggiamenti che essa spinge ad avere nei confronti del prossimo quindi affabilità, dolcezza, gentilezza:
Come si diventa miti?
Contemplando Gesù umile nel cuore, imitando i Suoi atteggiamenti tutti frutto della continua ricerca della gloria del Padre e del bene degli uomini. Da Gesù, mite e umile di cuore, anche il Montfort ha attinto il dono della mitezza per questo la gente semplice lo chiamerà “il buon padre di Montfort”. Ora approfondiamo la mitezza da parte di Gesù, vediamo come Gesù attribuisce a Sé la mitezza e ne parla come di un tratto del Suo Cuore. A Lui l’Evangelista Matteo applica le parole che il Profeta Isaia riferisce al servo di Jahvè: “Non discuterà, né griderà, né spezzerà la canna incrinata, non spegnerà il lucignolo fumigante”. Gesù infatti prima di affrontare la Sua morte entrerà in Gerusalemme a cavallo di un asino, esempio di un Re mite che rifugge da ogni esempio di violenza e di guerra. La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella Sua passione: nessun moto d’ira, nessuna minaccia, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, soffrendo non minacciava vendetta (1° lettera di Pietro). Ma Gesù ci ha lasciato ben più di un esempio di mitezza e di pazienza eroica, ha fatto della mitezza proprio il segno della vera grandezza (Mt 26, 47-56).
La tentazione dell’uomo in genere è sempre quella di impadronirsi del potere con la violenza, di dominare gli altri per paura di perdere la propria vita, di essere sopraffatti, anche un bacio segno di amore tante volte può diventare strumento del male (il bacio di Giuda). Gesù si lasca afferrare dalle mani dei Suoi persecutori che in quel momento rappresentano tutti noi, tutta l’umanità peccatrice. Alla sopraffazione noi rispondiamo con la violenza ma Gesù sa che la violenza genera solamente altra violenza (“chi colpisce di spada di spada perisce).
Gesù è venuto per farsi dono, per servire con umiltà. La violenza di spegne dove uno risponde con amore, il male è una provocazione che fa uscire ciò che c’è nel cuore di ogni creatura.
Il Signore è solo amore e risponde al male con il bene offrendo a tutti la libertà del Suo amore incondizionato. Tutte le scritture in pratica si compiono in questo: il servo mite e umile di cuore (Isaia), il Giusto innocente, il Signore della vita è nel numero dei malfattori (Isaia 53, 12 o Lc 22,37).
La Bibbia ci insegna che da Abele in poi il male lo porta sempre chi non lo fa, provate a pensare: Gesù aveva fatto del male? Eppure l’ha portato sulle Sue spalle! Questo succede tante volte anche nella nostra vita! Può sembrare scandaloso ma è la legge fondamentale della storia: gli innocenti sono coloro che subiscono il male.
Dal male ci libera chi non lo fa ma lo porta su di se senza farlo. Gesù ci salva in quanto si fa per noi peccato e maledizione, portando su di Sé il nostro peccato.
Ecco la figura di Gesù mite che è venuto per portare su di Sé il male e per salvare tutti noi, teniamolo sempre presente!
Come possiamo vedere Maria mite e umile di cuore?
A proposito di questo S. Bernardo scrive: “In Maria non c’è niente di duro! Maria è tutta soavità!” Se sfogliamo attentamente il Vangelo troviamo in Maria né impazienza, né durezza di cuore, constateremo al contrario che “tutti i Suoi passi portano il segno della benevolenza affinchè tutti ricevano da questa pienezza misericordia, bontà, pace” (S. Bernardo). Il Montfort fa eco a questo santo dicendo “Maria è buona, è tenera, non ha nulla di austero e scostante, nulla di troppo alto e di troppo splendente. Non è il sole, che per brillantezza dei raggi ci acceca a causa della nostra debolezza, Lei è bella e gentile come la luna che riceve la luce del sole e la modera per renderla più adatta alle nostre capacità (TVD 85). Quindi possiamo chiamare Maria Donna mite. E’ donna mite nel momento dell’annunciazione (Lc 1,38) quando risponde all’Angelo “Eccomi sono la Serva del Signore”. Maria comprende che la mitezza è farsi strumento docile nelle mani di Dio, rifiutando di condizionare la storia adeguandole ai propri schemi. Nella visita a S. Elisabetta non fa pesare il dono ricevuto ma si mette al servizio. A Betlemme, nel gesto di deporre il Bambino in fasce e di deporlo nella mangiatoia; e poi ancora quando ritrova Gesù al tempio e a Cana di Galilea il Suo Cuore mite non si sofferma sulle tristezze ma magnanimo nel donarsi, sensibile nella compassione. Infine questa mitezza la troviamo ai piedi della Croce.
Per il Montfort non è stata facile questa beatitudine causa il suo temperamento impulsivo e focoso, solo l’azione dello Spirito farà maturare in lui il frutto di un cuore mite e la sua vita di missionario sarà un progressivo conformarsi a Cristo al fine di essere mite, umile, dolce e di camminare sulle Sue tracce come lui stesso dice nel cantico 9,27. Possiamo dire che il Montfort è andato a scuola di Gesù per imparare da Lui la mitezza del cuore.
Ora veniamo a noi.
Con  la consacrazione ci lasciamo conformare a Cristo nello stampo che è Maria. La condizione che rende possibile tale processo porta già in sé la beatitudine della mitezza: occorre non confidare nella propria abilità e non resistere ma gettarsi, perdersi. «Ricordati bene, però: si getta nello stampo solo ciò che è fuso e liquido», scrive il Padre di Montfort (cf TVD 219-221), ossia chi si apre alla confidenza, alla fiducia, si lascia piegare e ammansire. Tale disponibilità attira nel cuore la Sapienza, eredità dei figli di Dio.  La consacrazione traccia anche il cammino per conformarci a Gesù, mite e umile di cuore.
Con la consacrazione rifuggiamo dalla falsa sapienza del mondo per cercare quella vera. Si tratta, cioè, di leggere e vivere la realtà partendo da una logica diversa da quella proposta dal mondo, dove il trinomio «Io sono, io voglio, io posso» vale come regola di fondo delle relazioni umane. Alla logica dell'affermazione dell'«io» a tutti i costi (cf AES 82), la consacrazione risponde con quella di un progetto nel quale il valore della persona non consisterà più nell’elevarsi solitario sugli altri ma nell’abbassarsi per servire ed innalzare. E la vera devozione a Maria coniuga la mitezza con la fermezza perché rende coraggiosi nell’opporsi alle mode e alle massime del mondo (cf TVD 109).
Il consacrato fa della ricerca della volontà di Dio il proprio sentiero di vita ed è camminando su di esso che riceve in dono il frutto della mitezza. Impara a discernere e a dare il giusto peso e valore a ciò che riempie il suo quotidiano, evitando l'intransigenza di fronte a ciò che in realtà è solo relativo: «Cercate prima il Regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (cf Mt 6,33). Quand’è così, anche dopo sconfitte talora pungenti, saprà arrendersi alla bontà di Dio che ha in mano l’esistenza, vivendo la vera mitezza.
Nella Prima Lettera di Pietro troviamo una applicazione della beatitudine dei miti: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza e rispetto» (1 Pt 3,15-16). Gesù vuole che i suoi discepoli siano questi miti che ereditano la terra non con mezzi che inaspriscono perché violenti, ma con la dolcezza, la pazienza, la longanimità. La consacrazione che il Montfort propone ha sempre un respiro apostolico, anzi il punto più alto del cammino di conformazione a Gesù Cristo è proprio il desiderio e la scelta di impegnare se stessi per il Vangelo. Il consacrato a Gesù Cristo per mezzo di Maria è l'anima mite che attrae gli altri con la sua dolcezza, perché portatore di una Verità che avvince da sé.
E’ un agnello mansueto tra tanti lupi (cf Preghiera Infuocata del Montfort 18); avrà un occhio pieno di umanità verso il prossimo (cf PI 21) e le spalle coperte dell’oro della perfetta carità per tollerare i difetti dell’altro; in ogni luogo sarà il buon profumo di Gesù per i poveri e i piccoli (cf TVD 56). Questo senza nulla togliere al santo sdegno e allo zelo per il Signore (cf PI 21).
 La consacrazione fa sperimentare la dolcezza di Maria e porta a vivere all’ombra della sua mitezza. Rende mite il cuore dei consacrati che «l’ameranno  teneramente» (cf TVD 55.197). Fa scoprire Maria quale «cammino dolce per andare a Gesù Cristo» (TVD 152). Allo stesso tempo toglie dal cuore dei consacrati ogni timore servile nei confronti di Dio, dilata la fiducia in Lui, facendolo considerare come Padre e ispira un amore tenero e filiale verso di Lui (cf TVD 169.215).

NOTA BENE:
VD  Trattato della vera devozione a Maria
AES  Amore all'Eterna Sapienza
SM  Il segreto di Maria

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