Durante la Quaresima, l’uomo deve “prepararsi per essere visitato da Dio”

La terzultima Udienza Generale del pontificato di Benedetto XVI si è aperta tra gli scroscianti applausi di un pubblico commosso di pellegrini. Dopo aver ribadito i motivi che l’hanno spinto a rinunciare al ministero petrino, il Santo Padre ha tenuto la propria catechesi sul tema Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei Cieli.

L’argomento è incentrato sull’inizio del tempo liturgico della Quaresima, che ricorre oggi, il Mercoledì delle Ceneri. 

Il numero quaranta, ha spiegato il Papa, ricorre spesso nella Sacra Scrittura, richiamando in modo particolare “i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto”.

Durante quelle quattro decadi, il popolo di Israele viene formato a diventare popolo eletto di Dio, in particolare attraverso la tentazione all’infedeltà all’alleanza con il Signore. Quaranta furono, tuttavia, anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere l’Oreb, così come quaranta sono i giorni trascorsi da Gesù nel deserto – dove viene tentato da satana – prima di iniziare la sua vita pubblica.

Il deserto è “il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza”, ha spiegato Benedetto XVI. È quindi il luogo dove più facilmente l’uomo può incontrare Dio ma è anche “il luogo della morte”, per la sua assenza di acqua e “il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione”.

Venendo tentato, Gesù “si carica delle nostre tentazioni, porta con Sé la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione”, ha spiegato il Papa. La riflessione sulle tentazioni di Gesù nel deserto ci esorta a “rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita?”.

La prima tentazione è quella del “cambiare una pietra in pane per spegnere la fame”: tuttavia, non di solo pane vive l’uomo e “senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare”.

Gesù, poi, subisce dal diavolo la tentazione del potere ma egli è ben consapevole che “non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore”.

Nella terza tentazione, il demonio chiede a Gesù di “gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso”. Dio, però, “non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni”.

Tutte e tre le tentazioni hanno un punto in comune, ovvero “la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo”. Ciò, quindi, significa “mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo”. Da qui la domanda: “che posto ha Dio nella mia vita? È Lui il Signore o sono io?”.

Superando le tre tentazioni, l’uomo è chiamato alla conversione, cioè ad acconsentire “che Dio ci trasformi”, seguendo Gesù “in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita”.

Al giorno d’oggi per essere cristiani non basta “vivere in una società che ha radici cristiane” e anche chi è educato cristianamente in famiglia “deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto”, in mezzo alle mille tentazioni della società secolarizzata.

Tra le architravi della società cristiana di oggi, che spesso i cristiani sono tentati di abbandonare, Benedetto XVI ha citato la fedeltà al “matrimonio cristiano”, la pratica della “misericordia nella vita quotidiana”, la dedizione “alla preghiera e al silenzio interiore”, mentre è ormai difficile opporsi a pratiche da molti considerate “ovvie”, come “l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie”.

La storia del cristianesimo, ha ricordato il Papa, è piena di conversioni a partire da quelle di San Paolo e di Sant’Agostino, avvenute nei primi secoli, tuttavia, anche nella nostra epoca secolarizzata “la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone”. A tal proposito il Pontefice ha citato il russo Pavel Florensnkij, che, pur educato secondo principi agnostici, arrivò a farsi monaco, dopo aver esclamato: “No, non si può vivere senza Dio!”.

Anche l’olandese ebrea Etty Hillesum, inizialmente lontana dalla fede, poco prima di morire nel campo sterminio di Auschwitz, scrisse nel suo diario: “Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri”.

La terza storia di conversione citata dal Papa è quella dell’americana Dorothy Day che, dopo essere stata una militante marxista, viene condotta da Dio “ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati”.

L’uomo, nella sua interiorità, deve “prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali”.

L’Anno della Fede, ha ricordato il Santo Padre, è un’occasione per rinnovare il cammino di conversione, superando “la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana”.

La conversione, pertanto, è evitare di “chiudersi nella ricerca del proprio successo”, aprendosi alla “verità”, alla “fede in Dio” e all’“amore”, vincendo la tentazione dell’egoismo, quando ci troviamo al bivio tra “potere umano e amore della Croce” e “tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio”.

Di Luca Marcolivio – tratto da Zenit 13 Febbraio 2013

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La catechesi di Benedetto XVI durante l’Udienza Generale di oggi

Cari fratelli e sorelle,

oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.

Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.

Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?

Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.

Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.

Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da farsi monaco.

Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.

La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.

Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisseleggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.

In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.