giovedì 6 dicembre 2018

Una chiesa di campagna risuscita grazie al Santissimo Sacramento

Situata lungo la strada che attraversa il paesello di una trentina di anime, la cappellino di Longuet (Somme), costruita nel XVIII secolo, non ha – a vedersi – alcunché di straordinario. Eppure all’interno la candela rossa indica che il Santissimo Sacramento vi si trova custodito quotidianamente. E viene esposto! Una presenza rara nella regione, che conta tante e tante chiese e cappelle chiuse, per mancanza di preti e di fedeli regolari.


Una cappella chiusa da decenni

Catherine de Maistre possiede, col marito Alain, una casa di famiglia di fronte alla chiesa, dall’altro lato della strada. Originari di Parigi, hanno deciso di venire più spesso a Longuet quando sono andati in pensione. Praticanti e molto attivi nella parrocchia parigina, i due hanno tuttavia hanno esitato a installarsi al paese in pianta stabile per via del vuoto pastorale. Per diversi decenni la chiesa, intitolata a san Giuliano l’Ospedaliere, è stata chiusa e veniva aperta unicamente una volta l’anno, il lunedì di Pasqua, per la festa del santo patrono. Una tradizione che è perdurata malgrado la difficoltà di trovare un prete che celebrasse la messa.

Ma l’idea di installarsi a Longuet frullava sempre in testa alla coppia. La signora racconta con tono entusiasta:
Un giorno con mio marito facevamo una passeggiata e di colpo ho avuto un’intuizione. Ho sentito le campane suonare di lontano e mi sono detta: «Bisogna riportare Gesù nella nostra regione, bisogna aprire le chiese e le cappelle, non ci sono altre soluzioni!».

Un’idea che non l’ha abbandonata. Diverse settimane più tardi, chiedeva un appuntamento col vicario generale della diocesi di Amiens.
Gli ho detto tutto quel che pensavo, bisognava riaprire le chiese per riportare Gesù nelle nostre campagne.

Ambiziosa, Catherine va oltre e domanda anche che il Santissimo Sacramento sia esposto nella sua cappella di Longuet per instaurarvi un’adorazione quotidiana. La presenza di una grande grata in ferro battuto davanti al coro – che permette di proteggere il Santissimo Sacramento – le fa sperare che il vicario accetterà. Quest’ultimo, prudentemente, non le dà una risposta positiva, invitandola invece a pregare con altre persone su quest’intenzione.

Se il Santissimo Sacramento raccoglie

Lungi dallo scoraggiarsi, Catherine – sostenuta dal suo nuovo parroco – invita alcune persone a pregare con lei in cappella. Il grande giorno tutti sono stupefatti.
Era una mattina di dicembre, faceva freddo, la chiesa era glaciale eppure eravamo quindici. Quindici persone si erano spostate per pregare nella speranza di veder tornare Gesù nel nostro angolino di campagna. Eravamo pieni di gioia.

Da cosa nasce cosa, e l’avventura spirituale prosegue mentre il gruppetto decide di ritrovarsi una volta al mese per pregare ed assistere alla messa in accordo col parroco. In capo a cinque mesi, arriva il miracolo.
Il parroco aveva parlato del nostro gruppo al vicario. Un giorno mi ha chiamata e mi ha detto: «Domani vi affido il Santissimo Sacramento».

L’emozione montò al colmo. Per fortuna, è già tutto pronto per ricevere il corpo di Cristo.
Mio marito aveva preparato tutto senza sapere se un giorno avremmo avuto il corpo di Cristo. Però avevamo fede! E così ha riparato il tabernacolo, ha installato l’elettricità, piazzato la lampada rossa…
Oggi sono due anni e mezzo che il Santissimo Sacramento è presente notte e giorno nella cappella, e una volta al giorno vi viene celebrata la messa, cui segue un tempo di adorazione. Tutti i giorni, Alain viene ad aprire e chiudere la porta. Un’avventura che ha portato i suoi frutti, perché sono sempre più numerosi quelli che entrano in questa cappella abitualmente chiusa. Catherine non esita a parlare di miracolo.

Quando siamo assenti è uno dei vicini, che abita accanto alla chiesa, che viene ad aprire e chiudere la porta. Eppure è un convinto anticlericale: non ha mai messo piede alla messa e non è mai voluto entrare in una chiesa.
Ma è rimasto commosso al veder rivivere il proprio patrimonio e ha accettato di dare il suo aiuto. Oggi apre e chiude quando serve, e ha pure accettato di fabbricare un porta-ceri.
Un giorno, senza dire una parola, l’ha messo nella cappella. Una sera l’abbiamo trovato, illuminato da due candele. È stato molto commovente.

Un vero segno di speranza per le campagne

Di testimonianze, Catherine ne ha a bizzeffe. Basta aprire il quaderno delle intenzioni e dare un’occhiata ai ceri consunti per comprendere che c’era una reale attesa da parte dei fedeli, ma pure degli abitanti. Credenti o no, molti sono toccati dall’idea di rivedere la loro chiesetta, tenero ricordo d’infanzia, di nuovo aperta ogni giorno. Altri si riconciliano con la fede o scoprono la pratica dell’adorazione per la prima volta.
Un giorno una giovane donna è uscita dalla chiesa dicendomi: «Non so che cosa mi succeda, ma mi sento tutta sconvolta».
Oggi si creano altri gruppetti, come quelli delle donne che offrono la loro preghiera a Nostra Signora dei Bambini, raffigurata in una vetrata, perché vegli sui loro figli.

Forte di questo successo, che offre un vero segno di speranza, Catherine spera che l’iniziativa sia ripresa da altre parrocchie. Col suo piccolo gruppo del venerdì, del resto, prega per quest’intenzione ed ama ripetersi questa bella frase pronunciata dal suo parroco: «Preghiamo per il popolo della parrocchia. Preghiamo perché Gesù torni nelle nostre campagne». Un bel messaggio di speranza: prova che la chiusura delle chiese non è una fatalità.

tratto da Aleteia




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