martedì 10 luglio 2018

Un tema che viene ormai del tutto ignorato: la riparazione dei peccati

Fino a qualche decennio fa, era facile sentire parlare di riparazione dei peccati. Nell’ 800 sorsero anche degli Ordini religiosi il cui compito era quello di riparare i peccati e offrirsi in qualche modo per i peccatori. Senza parlare del messaggio di Fatima, tutto improntato sulla riparazione dei peccati, potremmo dire che la spiritualità dei secoli passati nel nostro Occidente era molto incentrata su tale dottrina, ora scomparsa e quasi rigettata.



Il fondamento di questa spiritualità si fonda sulla considerazione della Redenzione del Signore Gesù, che non si compie come atto estrinseco, esterno. Dio poteva salvare il mondo stando seduto su una nuvola o in qualsiasi altro modo, anche senza l’Incarnazione – Dio può fare ciò che vuole – ma di fatto ha scelto questo modo: l’Incarnazione. E incarnandosi si fa Uno con l’uomo. Prende carne, assume l’umanità. Questo non se l’aspettavano nemmeno gli apostoli, che di fatto sembrano capire veramente la divinità del loro Maestro solo dopo il dono dello Spirito Santo a Pentecoste.

Anche oggi la salvezza dei mondo avviene allo stesso modo. Ogni giorno alla Messa il sacerdote, mostrando ai fedeli l’ostia consacrata, esclama: “Ecco l’Agnello di Dio”. E per chiarificare la missione dell’Agnello aggiunge: “Ecco Colui che toglie i peccati del mondo”.

La missione della Chiesa allora continua ad essere quella del Maestro. Potrebbe la Chiesa dire qualcosa d’altro, di diverso o addirittura di più importante? La Chiesa ha come missione principale quella di fare presente il Cristo che toglie i peccati. Il Battista non disse: “Ecco l’Agnello di Dio che mette a posto le cose del mondo”, o “Ecco l’Agnello di Dio che porta la pace tra i popoli e la giustizia economica”. No: che toglie i peccati del mondo. E in che modo? Offrendo se stesso, patendo sulla croce, risorgendo dai morti.

Oggi io sono in quel medesimo Corpo mistico, crocifisso e risorto, quindi partecipo agli stessi fini.

La Chiesa non ha alcun potere sui problemi dell’umanità. Semplicemente, non può risolverli, checché ne dicano vescovi e sacerdoti. Non facciamoci ingannare da ciò che è visibile. A tal proposito si racconta di un’intervista che fecero a Madre Teresa di Calcutta dopo che vinse il premio Nobel per la pace; un giornalista inglese chiese: “Madre, secondo lei quali sono i problemi principali che affliggono l’umanità di oggi?”. Forse pensava che ella rispondesse: l’ingiustizia, la fame, le guerre, eccetera. Madre Teresa ci pensò un po’ poi disse: “I problemi principali dell’umanità di oggi sono due: io e lei”. Grande risposta! Se avesse detto che i problemi sono l’ingiustizia e la miseria, avrebbe riversato la colpa dei mali su spalle altrui, sugli stati, sui politici. Invece i mali sono dentro di noi: se l’uomo si converte e cambia, il mondo si solleva; se l’uomo rimane quello che è, il mondo rimane tale e quale.

Noi siamo legati gli uni gli altri, corresponsabili quindi dei mali che ci sono nel mondo.

Scrive don Divo Barsotti:
“Io non sono come gli altri, poteva dirlo solo Gesù, e non l’ha detto. Gli altri non esistono”.

In effetti Gesù non era come gli altri: era Dio. L’espressione riportata è quella del fariseo che prega nel tempio. “Signore, ti ringrazio che io non sono come gli altri”, sottinteso: sono migliore. Ebbene, Dio – che non è come gli altri – si fa uguale agli altri. Tanto più dobbiamo fare noi la stessa cosa, perché dividersi da un solo uomo significa dividersi da Cristo.

Nel Getzemani Gesù si fa carico del peccato di tutti. Nella Passione cruenta il Signore domina gli eventi, mentre nell’Orto degli ulivi pare egli sopraffatto dall’angoscia: passa da un posto all’altro, si agita, si prostra per terra, chiede preghiere: è in palese affanno, in ambasce. Una volta accettato il peso del peccato nell’obbedienza, invece, pare dominare in modo regale tutti gli eventi drammatici successivi: il tradimento, la violenza della flagellazione, la corona di spine, la croce, la sofferenza atroce della crocifissione… parla con le donne, addirittura argomenta con Pilato sulla verità. Mi sono sempre chiesto come mai il Signore sia stato così sofferente quando nessuno lo toccava, nel Getzemani, mentre appare così sovranamente regale quando gli uomini si accanivano fisicamente contro di Lui. La risposta sta proprio in questo: l’assumere il peso del peccato del mondo è atto molto più devastante della violenza sul corpo.

Ecco cosa significa per il nostro Salvatore diventare uno con gli uomini: assumere il peso del loro peccato.

Quando san Giovanni Maria Vianney arrivò ad Ars, gli parve che la popolazione (la bellezza di 243 parrocchiani) fosse un peso eccessivo per lui. Egli sapeva che Dio gli avrebbe chiesto conto di ognuna di quelle persone, e ne era fortemente turbato. La sua vita di penitenza la conosciamo: ai limiti dell’umano. Ma egli la faceva non per sé, bensì per i propri parrocchiani. La sua salvezza infatti era la loro: egli sentiva che si sarebbe salvato solo con loro. Non poteva quindi tollerare il pensiero che uno solo di loro si sarebbe dannato per l’eternità: sarebbe stata la sua stessa dannazione.

In realtà, non è l’uomo, per quanto santo, che redime e salva gli altri. È solo Dio che salva, solo Gesù. Ma Gesù vive in noi o, meglio, se noi lo lasciamo vivere, Egli continua l’opera che gli è propria, la salvezza del mondo. Quindi in senso proprio noi possiamo lasciare che Dio redima il mondo attraverso di noi. Bisogna però che io mi senta Uno con i peccatori, come scrive don Divo Barsotti:

“Se anche dessimo la salute ai malati e la casa a tutti gli uomini, non avremmo fatto niente. La carità più grande è quella sovrannaturale, che unisce gli uomini a Dio. Che cosa di più grande che assumersi il peso del peccato e implorare misericordia per tutti? Quando tu curi un malato o assisti un vecchio, rimani distinto da lui, mentre se ti offri per pagare per un’altra persona, veramente ti fai Uno con quella persona. Nella riparazione ti identifichi con colui che ha peccato. Più di qualsiasi atto, questo compie l’unità. Unità così intima che nemmeno Dio può spezzare; è l’esempio di Mosè che dice: O salvi questo popolo, oppure cancella anche me dal libro della vita”.

Questo passo di Mosè richiama il Cristo venturo: anche Gesù si identifica con i peccatori divenendo addirittura “maledizione”, come dice la lettera ai Galati. Ma morendo per amore e nell’amore, ecco che riscatta la disobbedienza, la ribellione (ossia la maledizione) portando vita e amore laddove vi era morte e ribellione.

Al pari del santo Curato d’Ars, il santo Silvano del Monte Athos, un monaco russo che visse all’Athos, sentiva che il peccato del penitente era stato commesso da lui e non da colui che si confessava. “Quando uno viene a confessarsi da me – scriveva – cerco far capire all’uomo il peso e la gravità del male commesso, gli parlo dell’opera redentiva del Signore Gesù, e quando mi accorgo che egli si è reso conto dell’abisso nel quale è caduto, comincio a pentirmi del nostro peccato”.

Il problema della sofferenza

Per riparare i peccati bisogna soffrire? L’uomo ha paura del dolore, e nessuno accetta volentieri di soffrire. Allora poniamo la domanda in altri termini. Se tu ami qualcuno, necessariamente soffri per lui, non è vero? Se il bambino sta male, la mamma sta pure male, perché lo ama. Quanto più amo una persona, tanto più sento di soffrire per essa. Se uno mi è indifferente, non soffrirò certo per lui. Se io vi dico che in questo momento un uomo in Mongolia sta molto male, che effetto vi fa? Forse direte: “Poverino, mi dispiace per lui” e poi continuerete a fare quello che state facendo ora, come nulla fosse. Ma se io vi dicessi in questo momento che vostro figlio è caduto in un burrone e sta soffrendo là in fondo con tutte le ossa fracassate, che cosa fareste? Come minimo sareste angosciati, e vi precipitereste a soccorrerlo. Si dimostra così che noi se amiamo soffriamo. E Dio che è amore, non soffre? Certo, e molto più di noi.

Se poi vengo a sapere che il dolore di Cristo salva il mondo, perché è redentivo, allora ne viene che se amo qualcuno vorrò soffrire e offrire per lui per saperlo salvo con me in Paradiso un giorno.
Santa Veronica Giuliani stava male se stava troppo bene, perché si sentiva la “mezzana” tra Dio e gli uomini. I santi, misteriosamente, desiderano soffrire. E per questo vedono il dolore con occhi nuovi, diverso da come lo pensiamo noi.

Occorre allora compiere grandi mortificazioni per salvare il mondo? No, il Signore si “accontenta” di quello che gli possiamo dare, delle piccole offerte quotidiane.

La spiritualità cristiana è quella dei piccoli atti di amore puro, le sofferenze ordinarie della vita offerte al Cielo per la remissione dei peccati del mondo.

Il problema è che magari noi sogniamo le grandi mortificazioni eroiche (che non facciamo) e trascuriamo quelle normali che ci capitano. E se soffriamo, sbuffiamo e ci ribelliamo, perdendo l’occasione di unirle al grande Sacrificio di Cristo. Perdiamo continuamente occasioni di vita, di salvezza.

Impariamo da santa Teresa di Gesù Bambino. Ella scrive:

“Sì, Amato, la mia vita si consumerà così. Non ho altri mezzi per provarti il mio amore, se non gettar dei fiori, cioè non lasciar sfuggire ogni minimo sacrificio, alcuna premura, alcuna parola, e profittar di tutte la cose piccole, e farlo per amore… Voglio soffrire per amore, e persino gioire per amore, così getterò fiori davanti al tuo trono; non ne incontrerò uno senza sfogliarlo per te… poi, gettando fiori, canterò anche quando dovrò cogliere i miei fiori in mezzo alle spine. (…) Gesù, a che ti serviranno i miei fiori e i miei canti? Lo so bene, questa pioggia profumata, questi petali fragili senza alcun valore, questi canti d’amore del cuore piccolo tra i piccoli, ti saranno cari, questi nulla ti fanno piacere, faranno sorridere la Chiesa trionfante; ella raccoglierà i miei fiori sfogliati per amore, e facendoli passare le tue mani divine, Gesù, questa Chiesa del Cielo vorrà giocare col suo bimbo piccolo e getterà anch’essa quei fiori, i quali avranno acquisito, sotto il tuo tocco divino, un volare infinto, e li getterà sulla Chiesa dolorante per spegnere le fiamme di essa, li getterà sulla Chiesa militante per fale avere la vittoria”.

Santa Teresa fa passare i suoi atti per le mani del Cristo, che toccandoli li divinizza. Ma poi questi atti non andranno a beneficio della santa (ecco la sua grandezza) ma della Chiesa purgante e militante.
Ciò che conta è dunque offrire. In questo santa Teresa di Gesù Bambino riprende il magistrale insegnamento di san Giovanni della Croce:

“Il minimo moto di amore puro è più utile alla Chiesa che non tutte le altre opere riunite insieme”.

Anche noi dunque possiamo fare molto per la salvezza del mondo, dobbiamo esserne consapevoli. Se aspettassimo il bene dai governi degli Stati, dalle leggi dell’economia, staremmo freschi. Anzi, la domanda che Dio fa ai suoi fedeli è proprio quella di partecipare alla sua Passione per salvare questo povero mondo che va in rovina.

Scriveva Barsotti:
“Dio ti fa un grande onore non quando ti dona qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa”.

E che cosa chiede Dio? Può forse avere bisogno di avere qualcosa da noi? In un certo senso sì: della nostra sofferenza offerta.
Ecco perché san Paolo poté affermare: “Sovrabbondo di gioia in ogni tribolazione”.

Ci sono sempre degli innocenti che soffrono per i peccatori, e da qualche parte del mondo c’è qualcuno ora che probabilmente sta pagando per noi, senza che noi lo sappiamo.

La Madonna quando apparve ai tre pastorelli di Fatima per prima cosa domandò loro se fossero disposti a soffrire le pene che Dio avrebbe mandato loro (si noti questo particolare, che oggi farebbe inorridire certi teologi) per salvare il mondo dal male. I tre bambini risposero immediatamente di sì, e da quel momento si diedero a una vita di penitenza incredibile, continua. Quando la Vergine mostrò loro l’Inferno, il 13 luglio 1917, disse: “Molti vanno all’Inferno perché non c’è nessuno che preghi per loro”. Essi rimasero atterriti, e si diedero a pregare con grande fervore perché i peccatori non cadessero più all’Inferno.

Gli innocenti soffrono e pagano e riparano. E’ il tema che meditiamo il 28 dicembre quando la Chiesa celebra la memoria della strage degli innocenti.

I santi capiscono questo linguaggio, e si danno da fare. Avrete presente san Serafino di Sarov; ebbene, questo grande monaco russo agli inizi dell’800 passò ben tre anni della propria vita su una roccia (vi stava di giorno, beninteso, di notte andava a dormire) ripetendo in continuazione: “Gesù, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Il “me” della preghiera di Gesù era un “me” collettivo, che comprende tutti gli uomini, perché tutti sono misteriosamente presenti e radunati nell’anima di colui che prega.

Ecco l’efficacia dei santi: essi chiedono miracoli non tanto e non solo per i beni materiali, perché le cose vadano meglio nella vita presente: soprattutto a loro preme la liberazione dal peccato, che fu la vera e unica e perfetta vita di Gesù.

So di un sacerdote della Diocesi di Bologna, ora morto, che tutte le notti (sottolineo, tutte le notti) si alzava a mezzanotte, si metteva il cilicio, e celebrava la santa Messa in privato per riparare i peccati del clero della sua città. Vedete, esistono ancora questi santi. E meno male!

Anche noi possiamo fare qualcosa, e non accampiamo la scusa che siamo noi stessi peccatori e che non riusciamo a riparare nemmeno i nostri peccati. Certo, siamo peccatori, ma proprio per questo possiamo sentirci solidali con gli altri uomini, e pagare per loro. Anche san Francesco diceva di essere peggio di Lucifero (e ci credeva sul serio), anche san Paolo affermava di essere il primo e più grande dei peccatori (e pure lui ne era ben convinto), ma questo non li fermava dall’offrire tutto il possibile per partecipare alla Passione di Cristo.

Questa è la vera solidarietà. Altro che marce della pace, che non servono ad un fico secco. Le marce lasciano il mondo come lo trovano, la sofferenza offerta spazza via i peccati perché li ripara, e porta nel mondo fiumi di Grazia redentrice.

Non lasciamo che le tenebre rimangano tenebre. Diamoci da fare, decisamente, virilmente.

Come vivere la penitenza riparatrice

Quando il samaritano incontrò il pover’uomo incappato nei ladri, si fermò a soccorrerlo. Lo portò alla locanda e disse all’oste: tieni qui quest’uomo, e se al mio ritorno ti dovrò dare qualcosa, non ti preoccupare: pago io per lui. L’incontro con il ferito scombussolò tutta la giornata del samaritano che andava per gli affari suoi lungo la via. Avrebbe potuto proseguire, perché doveva fare cose urgenti e importanti, ma di fronte alla necessità del pover’uomo le priorità cambiarono: ora era più urgente e importante curare quello sconosciuto. Non solo soccorrerlo, ma addirittura “pagare per lui”! Questa fu l’opera del Cristo: pagare per gli uomini, al posto loro.

Ma in concreto, noi che cosa possiamo fare?
Ci serva da lezione quanto disse Gesù a Iosefa Menendez, una suora del Sacro Cuore dell’800 che ebbe delle rivelazioni private. Gesù le insegnò ad unire tutte le sue azioni (della suora) alle sue (del Signore):

“Al tuo svegliarti, entra subito nel mio Cuore e offri al Padre Celeste tutte le tue azioni unendole ai miei palpiti. Tutti i tuoi movimenti uniscili ai miei, in modo che non sia più tu, ma Io che agisco in te. Durante la Messa, presenta al Padre mio l’anima che voglio salvare, affinchè faccia ricadere su lei il Sangue della vittima che si immola. Quando farai la Comunione, offrirai al Padre la ricchezza divina di cui disponi in te per pagare il debito di quelle anime.

Durante la meditazione, collocati vicino a me nel Getzemani, partecipa alla mia angoscia, offriti al Padre come vittima pronta a soffrire tutto quello di cui è capace l’anima tua. Quando prendi cibo o trovi soddisfazione in qualsiasi cosa, pensa che offri a me quel sollievo. Non separarti da me neppure un istante.

Bacia spesso la terra. Non lasciare nemmeno un giorno la Via Crucis.
In quello che fai, non mirare che alla mia Volontà. Umiliati profondamente, unendo sempre all’umiltà la fiducia.
Durante la notte riposa sul mio Cuore, che accoglierà i palpiti del tuo come altrettanti palpiti di desiderio. In questo modo mi condurrai tante anime”.

Siamo sempre nella dottrina dei “piccoli atti offerti” di santa Teresa di Gesù Bambino, ma qui Gesù specifica meglio il come farli; addirittura anche di notte quando si dorme!

Non c’è davvero proporzione tra quello che possiamo fare e ciò che possiamo ottenere. Facciamo cose di poco conto, e otteniamo in cambio cose di grandissimo valore. Quale grande valore allora ha la nostra vita. La sproporzione appare anche in queste parole ispirate ad un’altra santa contemporanea, la beata Consolata Betrone. “Ogni volta che dici: Gesù, Maria, vi amo, salvate anime – dice il Signore alla beata – ripari mille bestemmie”. Vedete allora com’è facile riparare le bestemmie che purtroppo si sentono anche nella nostra Italia che fu terra di santi. Si sentono e si dicono, ma noi possiamo riparare.

Possiamo portare i peso della sofferenza che la vita ci riserva, donandola con letizia al Signore. Ricordate sempre che il Signore ama chi dona con gioia. Via quindi i musi lunghi e i lamenti del vittimismo. Se offriamo, facciamolo volentieri, pensando al bene immenso che ne verrà per le anime e quindi alla gioia che diamo al nostro Redentore. Dopo quello che Egli ha fatto per noi, possiamo ben ricambiare in qualche modo, no?

Di Padre Serafino Tognetti



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