giovedì 22 febbraio 2018

L’aborto è spesso frutto della solitudine e dell’ignoranza. A volte per salvare una vita basta tendere una mano…

Ci sono cose nella vita talmente assurde, inumane, ragionevolmente inaccettabili, che pur sapendo della loro esistenza, si stenta a credere che possano accadere davvero anche vicino a noi. Ecco, questo è quello che è successo a me quando, in un normale giorno di controlli medici in ospedale, vengo a sapere che due donne su quattro nella mia camera erano lì per abortire.


Sì, per uccidere i loro bambini. Non credo sapessero realmente quello che facevano, o forse sì, viste le lacrime della ragazza sedicenne poco prima di essere portata in sala operatoria. Lacrime inconsolate dalla madre e dalla zia che, nonostante avessero visto, continuavano a fare salotto con l’infermiera. Scena da brividi. Nel letto a fianco al mio c’era un’altra ragazza lì per lo stesso motivo. Parlava male l’italiano, mi guardava e io non sapevo davvero che fare.
Non potevo stare in silenzio, non me lo sarei mai perdonato, ma non sapevo davvero come entrare nel discorso. Ho pregato, pregato tanto. E con me tutti gli amici a cui chiedevo preghiere via Facebook.

Pregavo Dio che mi desse occasione di parlarle, e che aprisse il cuore di quella madre alle parole che avrei voluto dirle. Io la guardo, lei mi guarda, io le sorrido, lei mi sorride e inizia a farmi mille domande: ma quanto ci vuole? Io devo essere a casa entro sera, ho una bambina che mi aspetta. Quanto dura l’operazione? Cosa ti fanno? Ma fa male? Io ho paura.
Credeva che anch’io fossi lì per abortire e cercava solo qualcuno che la rassicurasse. Mi racconta tutto di lei: il suo ragazzo non lavora, ha una bellissima bambina di due anni, non hanno una casa, non sono italiani e non sanno come muoversi in questo paese che sembra remare contro di loro. Lei non vorrebbe ma non ha altra scelta.

Si commuove quando le dico che potrà avere altri bambini, ma che questo non tornerà più. Ed ecco che quando le parlo del Cav, del Progetto Gemma, dell’aiuto economico e materiale che avrà se farà nascere il suo bambino, comincia a fare delle telefonate, cambia idea e torna a casa col suo bambino (di 11+3 settimane!) in grembo. Ci scambiamo i numeri ed ora ci sentiamo quasi tutti i giorni. C’è tanto lavoro da fare. La situazione è davvero difficile ma insieme si può tirare fuori qualcosa di buono.

Non occorrono giudizi, sguardi di compatimento o quel “rispetto umano” che crea solo solitudine e un vuoto incolmabile tra le persone. Servono azioni, reali atti d’amore e d’aiuto che non fanno sentire soli ma accolti e voluti. Bisogna uscire dalla comodità della propria vita e farsi strumento, bisogna usare i propri mezzi e le proprie risorse mettendole a sincera disposi- zione di chiunque inciampa sulla nostra strada.

E la cosa bella di tutta questa situazione è che tante altre mamme si sono fatte avanti per provve- dere al corredino per il bimbo in arrivo, per donare vestitini alla piccolina di due anni o aiutare come possono. E con la gioia nel cuore e con la certezza che «Tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me!», rendiamo lode al buon Dio.

Clara Echelle

Fonte: Notizie ProVita



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