venerdì 5 gennaio 2018

Divorzio e adulterio: due gravissime profanazioni dell'indissolubilità del matrimonio

Il sacramento del matrimonio causa tra gli sposi una realtà ontologica del tutto nuova: come dice Gesù nel Vangelo, riprendendo il celebre aforisma del libro della Genesi, gli sposi non sono più due, ma una sola carne.
Il sigillo viene perfezionato quando gli sposi, dopo aver celebrato le nozze, compiono l’atto coniugale. Da quel momento – e solo da quel momento – il matrimonio è assolutamente completo e non esiste nessuna autorità umana (nemmeno il sommo Pontefice) che abbia il potere di scioglierlo.

Gli sposi devono custodire questo legame indissolubile con una fedeltà piena e totale, che parte dal cuore e dalla mente e termina in una condotta illibata e casta nei confronti delle persone diverse dal proprio coniuge.

L’adulterio, in questo senso, è peccato gravissimo, in quanto rappresenta la violazione diretta di questo sigillo ed è atto che infligge una ferita mortale alla santità e alla stabilità del matrimonio.
In tempi in cui solo il termine “adulterio” può forse far sorridere qualche anima sciagurata - che in mezzo a tanta corruzione abbia perso la retta percezione del bene e del male – è bene ricordare che nei primi secoli della vita della Chiesa sorse in campo dottrinale una questione assai spinosa, che solo il tempo fece risolvere in senso positivo, ma che è bene evidenziare per prendere coscienza dell’estrema gravità di questo peccato.

Si discuteva, a quei tempi, se ci fossero dei peccati che, per la loro gravità, non potessero essere rimessi in questo mondo ma solo nell’altro, dopo una vita trascorsa a fare penitenza. Si badi che almeno fino al V-VI secolo, il sacramento della penitenza poteva essere celebrato una sola volta nella vita, con una cerimonia che coinvolgeva tutta la comunità e che veniva gestita direttamente e in prima persona dal vescovo (non dai semplici sacerdoti).
Il peccato, infatti, era visto con estremo orrore e come del tutto incompatibile con la vita dei figli di Dio e il sacramento della penitenza come “tavola ultima” a cui aggrapparsi dopo la tragedia del “naufragio del peccato”.

Ebbene cominciò a prendere forma e corpo la dottrina che ci fossero tre peccati che, per la loro inaudita gravità, richiedessero una penitenza perpetua e da cui non si poteva essere assolti in questo mondo, ma solo rimettendosi direttamente alla divina misericordia.
Il primo era l’apostasia, cioè rinnegare la fede cattolica ricominciando a vivere dai pagani; il secondo era l’omicidio volontario, in cui, ovviamente, era compreso l’abominevole delitto dell’aborto; il terzo era appunto l’adulterio, in quanto considerato un orribile sacrilegio contro la santità del matrimonio, una vera profanazione, un qualcosa di vagamente simile alla violazione del sigillo sacramentale operata da quello sciagurato confessore che osasse rivelare i peccati del penitente.
Un vero cataclisma, le cui devastanti conseguenze dovevano essere riparate con una vita intera di penitenza!

Questa posizione non divenne mai “dottrina ufficiale” della Chiesa e con l’evoluzione della prassi del sacramento della penitenza (e anche con la possibilità di ripeterlo più volte durante la vita) si prese coscienza che tutti i peccati, di cui si sia realmente pentiti, possono essere rimessi dal ministro che agisce in persona Christi, obbediente al mandato di Gesù di perdonare in suo nome i peccati.
Una sua eco, tuttavia, la si può intravedere nell’attuale disciplina canonica, che individua nell’adulterio l’unico caso in cui è lecito (non certamente buono e ancor meno raccomandato…) al coniuge innocente che non riesca a perdonare subito e di cuore il tradimento subito interrompere temporaneamente la coabitazione (non fare separazioni legali!) per prendersi il tempo necessario a trovare la forza di riuscire a perdonare il colpevole. Si badi che si tratta di “temporanea interruzione della coabitazione”, nella speranza di poter procedere al più presto alla perfetta riconciliazione col pentimento del coniuge peccatore e il perdono concesso da quello innocente. Come sappiamo non c’è in alcun modo spazio né per separazioni legali, né per divorzi, né ancor meno per eventuali nuove nozze o relazioni.

La fedeltà coniugale, tuttavia, comincia prima del matrimonio. Al matrimonio bisogna, infatti, arrivare in condizioni di perfetta castità e integrità (anche fisica), perché il significato e i frutti del sacramento del matrimonio possano essere perfettamente custoditi.
Se il corpo di chi è chiamato al matrimonio appartiene a chi sarà sua moglie o suo marito, è ovvio che la fedeltà comincia prima, non solo del matrimonio, ma anche prima di aver conosciuto chi sarà colui o colei con cui si dovrà dividere e condividere la vita.
I “no” che devono essere detti con fermezza, con coraggio e senza compromesso alcuno nel tempo del fidanzamento (o dei fidanzamenti), non sono altro che un atto dovuto nei confronti di chi ha il diritto esclusivo di avere e di conoscere il proprio futuro coniuge.

Ai ragazzi io faccio sempre un esempio: avere rapporti prematrimoniali o contatti sessuali anche minimi durante il fidanzamento, equivale alla condotta di un seminarista che, prima di essere ordinato, osasse celebrare la Messa, oppure fare un battesimo o anche fare una semplice benedizione. Con la differenza che, se un seminarista si azzardasse a fare una cosa del genere, incorrerebbe nella scomunica e potrebbe dire addio per sempre ai sogni di diventare un giorno sacerdote; se due fidanzati vivono come marito e moglie prima del tempo, ai nostri giorni, è cosa considerata assolutamente normale e ci si va tranquillamente a sposare in abito bianco.

Tuttavia nel mio cuore di povero fedele cristiano (prima che di sacerdote) sorge una domanda: Ma è giusto? Ma Dio, di persone che fanno queste cose con tanta leggerezza e senza alcun pentimento, cosa penserà? Domande certo retoriche, ma che giro al lettore perché mediti e rifletta… La corruzione dilagante non cambia di una virgola la legge di Dio. Rende solo più difficile viverla. Ma maggiore sarà anche la ricompensa di coloro che sanno essere puri e casti in mezzo a tanta sporcizia e squallore…
Tratto da Istruzione cattolica


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