lunedì 25 settembre 2017

Primo comandamento: le comunioni sacrileghe

Il senso del primo comandamento è l’affermazione chiara, netta e decisa dell’esistenza e dell’assoluta sovranità di Dio, che vuole e deve essere riconosciuto come unico e vero Dio, essere adorato come a Lui conviene, ricevere il culto ed i sacrifici che gli sono dovuti. L’esame sul primo comandamento dovrebbe essere condotto in materia molto seria e coscienziosa, perché i peccati contro di esso sono commessi da molti ma confessati da molto pochi.

I principali peccati gravi contro il primo comandamento sono: uso sacrilego dei sacramenti (eucaristia e confessione);
rifiuto di rendere a Dio l’adorazione, anche esterna, che gli è dovuta; rifiuto di rendere a Dio il doveroso ossequio della preghiera; ateismo; agnosticismo; incredulità e contestazione delle verità di fede, disperazione, odio di Dio, idolatria, pratiche occulte e superstizione. Analizzeremo ora nel dettaglio ciascuna di queste singole condotte gravemente peccaminose.

L’uso sacrilego dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia è purtroppo un fenomeno oggi diffusissimo. Volendo mutuare un’espressione del beato Antonio Rosmini, si tratta di una vera e propria piaga della Chiesa, che indebolisce enormemente il vigore dei suoi figli e, per contro, accresce il potere del Nemico dell’umana salvezza. Oggi, nelle nostre chiese, assistiamo a vere e proprie interminabili processioni di gente che si accosta alla santa comunione, in un clima che spesso indulge a un malinteso senso di gioia e di festa, nella più piena inconsapevolezza di ciò che si va a ricevere e, talora, con una leggerezza che lascia a dir poco sconcertati.

Le nostre nonne ci raccontavano che, quando erano giovani, ben pochi osavano accostarsi alla santa comunione, pur essendo vastissima la percentuale di cattolici che regolarmente frequentavano la santa Messa domenicale (oltre l’80%). Questo non perché, come qualcuno tuttora insinua, si aveva un’idea di Dio terribile e inadeguata, ma perché era chiaro quanto veniva insegnato, in modo semplice e chiaro, dall’immortale catechismo di san Pio X, secondo cui per accostarsi alla santa comunione, oltre che aver osservato il digiuno eucaristico, occorre essere in grazia di Dio e pensare e considerare Chi è Colui che si va a ricevere.

Oggi, purtroppo, abbiamo una frequenza regolare alla santa Messa domenicale che in Italia oscilla tra l’8 e il 15 (massimo 20%), una scarsissima frequentazione del sacramento della confessione e un vero e proprio “arrembaggio” all’altare quando si tratta di ricevere la comunione. Molte persone si accostano alla comunione ridendo e scherzando, qualcuno “porta a spasso” la sacra particola, che viene masticata e deglutita quasi come fosse una caramella e terminata la santa Messa si affretta a scappare fuori immediatamente, anche perché, purtroppo, qualora si volesse soffermare (come doveroso) nel ringraziamento a Gesù eucaristico, si imbatterebbe nella triste realtà di Chiese trasformate in una specie di foro, dove si chiacchiera, si ride e si scherza senza alcuna considerazione della sacralità del luogo, della presenza di Colui che abita nel Tabernacolo e della giusta esigenza di coloro che desiderano, nel silenzio e nel raccoglimento, ringraziarlo, adorarlo, lodarlo, benedirlo e supplicarlo. Sono parole crude e tristi, ma amaramente costatabili da chiunque si limiti semplicemente ad osservare. Ed è ancora più triste considerare che quasi nessuno si renda conto dell’enormità e della gravità di tali peccati.

Si pensi ancora al tristissimo e quanto mai diffuso fenomeno di fedeli che, in occasione di funerali di qualche persona cara, osano accostarsi alla santa comunione, pensando di fare cosa buona o addirittura doverosa per il defunto, quando magari si tratta di persone che non mettono piede in Chiesa da anni e sono lontane dal confessionale da più anni ancora. Non è senz’altro un caso che nel lontano 1916, in previsione dell’attuale stato di grave e continua profanazione del più grande e del più santo dei sacramenti, l’Angelo del Portogallo, apparendo in visione ai tre pastorelli di Fatima.

Li invitò a guardare un’Ostia consacrata di nostro Signore “orribilmente oltraggiato” nel santissimo sacramento ed a prostrarsi in atto di riparazione verso così grave crimine, che a detta di una schiera innumerevole di santi, è in assoluto il più grave dei peccati che si possa commettere, il meno perdonabile e quello che produce le peggiori conseguenze sia nella singola persona che nella Chiesa intera, dando un potere enorme al Nemico dell’umana salvezza, che riesce in questo modo a trasformare il sacramento che è “farmaco di immortalità” (per chi vi si accosta degnamente) in veleno mortale, come ci avverte con monito severo l’Apostolo delle genti, secondo cui chi si accosta indegnamente alla mensa del Signore mangia e beve la sua condanna (cf 1Cor 11,27-29).

Non minore è la trascuratezza dell’altra condizione per una comunione degna e fruttuosa, ovvero pensare e considerare Chi è Colui che si va a ricevere. Il raccoglimento orante, la rinnovazione del proprio pentimento con un atto di dolore, la cura di infervorare e accendere i desideri del cuore con qualche breve e fervente giaculatoria e comunione spirituale, unitamente ad una grande compostezza e dignità del portamento e dei gesti soprattutto nell’atto di ricevere nostro Signore, dovrebbero essere la norma in tutti i fedeli.

Quello che invece ordinariamente accade nelle “processioni” per la comunione e nel modo di ricevere le Sacre Specie è sotto gli occhi di tutti. Ringraziamo il Pontefice emerito Benedetto XVI, per aver avuto il coraggio di rompere un muro di silenzio dinanzi ad “abusi al limite del sopportabile” e di aver inaugurato, con l’esempio e con la parola, un modo di accostarsi a nostro Signore che esprima l’adorazione che gli è dovuta e che ricordi a tutti che altro è ricevere un pezzo di pane, altro è ricevere Gesù Cristo nostro Dio vivo e vero, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Esempio che appare condiviso e seguito dal suo successore e che si spera faccia sempre più breccia nel cuore di tutti i pastori.
Tratto da Don Leonardo Maria Pompei




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