lunedì 18 settembre 2017

Morire a 17 anni per Gesù si può: ma in Occidente?

Sono profondi gli occhi di Sharoon. Diciassette anni, pakistano, proveniente da una famiglia povera di Chack villaggio della provincia del Punjab, è stato massacrato a colpi di bastone fino al sangue. La sua colpa? Non solo di essere cristiano ma di essersi rifiutato di abiurare la sua fede per professare quella islamica cedendo alle minacce dei compagni.

Suo padre, Elvab Mashi, pur molto povero, aveva deciso di fare un grande sacrificio mandando il figlio nella scuola pubblica della città di Burewala per dargli un’istruzione e quindi un futuro migliori. Ma quando a fine agosto Sharoon aveva cominciato le lezioni, fin da subito era stato discriminato. Infatti, solo per il fatto di non avere ancora l’uniforme scolastica era stato sbattuto fuori dalla classe.

Costretto a rimanere sulla porta per tutto il giorno. Il padre, indebitandosi, aveva subito accompagnato il figlio a comparare la divisa che in realtà si era rivelata solo un pretesto. Infatti, riammesso in classe, Sharoon era stato oggetto di scherni pesantissimi, nell'indifferenza del personale scolastico. Ieri i sua mamma, Riaz Bibi, ha spiegato che dal momento che mio figlio "era un cuore buono, che si impegnava molto, affabile, era sempre stato amato dai suoi insegnanti e dagli studenti, condivideva il grande dispiacere di essere stato bollato dagli studenti della sua nuova scuola a causa della sua fede”. Ma non solo, perché “Shroon piangeva insieme a me ogni sera quando descriveva le torture giornaliere a cui era soggetto. Ma condivideva solo alcuni dettagli delle violenze che subiva”.

Perché mai il giovane non aveva avvertito i genitori della gravità di quanto stava avvenendo? Sua madre ha continuato spiegando che Sharoon “non voleva far preoccupare suo padre perché lui aveva un cuore sempre impegnato a curarsi degli altri”. Padre che, dimostrando la fede enorme di una popolazione cristiana che conosce il prezzo di una fede odiata dalla popolazione musulmana, ha dichiarato: “Era il mio figlio maggiore. Pensavamo che una scuola di città, a sei chilometri dal nostro villaggio, potesse dargli migliori opportunità di studio. Ho chiesto un prestito e siamo andati insieme a comprare l’uniforme. Invece l’ha indossata una volta sola, poi è diventata il suo sudario”.

Il suo sudario, ha detto, e non esagerando. Infatti, in questi giorni sono emersi i dettagli del massacro. Fra le intimidazioni ricevute nella scuola, quella di non bere allo stesso distributore degli alunni islamici. Alcuni testimoni sostengono che si era poi rifiutato di convertirsi all’islam. Quindi il pestaggio con i bastoni: “Mentre lo picchiavano veniva chiamato “sporco cristiano, demone…e hanno continuato ad insultarlo fino all’ultimo respiro, letteralmente”, ha spiegato la British Pakistani Christian Association. Inoltre, ha spiegato l'associazione in un rapporto sul caso, “nessuno dello staff scolastico è intervenuto, né ha portato Sharoon all’ospedale, se non dopo ore dalla morte”.

La comunità cristiana sconvolta dal fatto ha parlato per mezzo della conferenza episcopale cattolica che ha condannato gli insegnanti e anche lo Stato che si disinteressa delle discriminazioni in atto. Ata-ur-Rehman Saman, coordinatore della Commissione nazionale Giustizia e pace (Ncjp), riferisce che nel paese dove l’innocente Asia Bibi è in isolamento in carcere da otto anni, questa “è solo la punta dell’iceberg; al di sotto, c’è una grande montagna. Questo incidente diffonde paura e terrore in tutti gli studenti non musulmani”.

Sappiamo bene infatti delle circa 700 cristiane rapite ogni anno, costrette a convertirsi all’islam con la forza e a sposare i loro rapitori musulmani. E anche che sono continue le accuse ingiuste di balsfemia contro i cristiani che vengono puniti anche se innocenti per paura di ritorsioni da parte della maggioranza islamica. Per non parlare degli omicidi e dgli atti di persecuzione che restano impunti. Ovviamente “il 95 per cento degli addetti alle fognature sono cristiani, che nel paese trovano lavori solo in campi come questo e che vengono bullizzati e trattati come animali”, ha continuato la British Pakistani Christian Association.

Eppure, questa gente, non si sogna di abiurare. Basti pensare al giovane pakistano che questa estate è stato ucciso perché, pur lavorando giorno e notte come inserviente in una casa, si rifiutava di prestare servizio la domenica per "santificare le feste" come chiedono i comandamenti divini.

"Ma c’era proprio bisogno di rischiare la vita per una cosa del genere?", viene da chiedere a noi cristiani occidentali che non solo siamo completamente assorbiti da un sistema che di cristiano ha poco o nulla, ma che non abbiamo nemmeno più il coraggio di ripetere le parole del Vangelo sull’omosessualità, sul divorzio, sull’inferno e il paradiso. E non per paura di perdere un lavoro con cui magari manteniamo la famiglia, ma per timore di perdere un amico o la reputazione anche di fronte a degli sconosciuti. Anche per questo Sharoon è morto, per ricordare a noi quello che spesso la Chiesa occidentale non ci ricorda più: la vera meta della vita, quella eterna e l'altezza dell'amore di Dio quando accolto come unico Signore, per cui un diciassettenne può anche versare il sangue.

di Benedetta Frigerio  tratto da La Nuova Bussola Quotidiana



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