lunedì 24 luglio 2017

Sobrietà ed equilibrio per una vita santa

Affine all'astinenza è la virtù della sobrietà, in base alla quale si usano con moderazione il vino e tutte le altre bevande inebrianti, perché il minimo eccesso in esse offusca o addirittura toglie l'uso della ragione, mentre un loro uso moderato (soprattutto del vino) può addirittura giovare alla salute.
Non per nulla San Paolo in persona raccomanda al vescovo san Timoteo di non bere solo acqua, ma anche un po' di vino per ragioni di salute (cf 1Tm 5,23) e nella regola di san Benedetto da Norcia la misura di vino consentita ai monaci nei pasti è fissata ad un quarto di litro, cioè due bicchieri scarsi (Regola, capitolo XL, n. 3).

È senz'altro lecito, anzi lodevole, fare qualche fioretto in questa materia, tipo astenersi periodicamente, oppure in qualche giorno della settimana, in qualche pasto, da vino e bevande inebrianti, ma, lo si ripeta, la virtù della sobrietà esige soltanto la moderazione nel loro uso. Si badi tuttavia che, a detta di san Tommaso, l'uso del vino diventa illecito per quattro motivi: quando è assunto senza la dovuta moderazione; quando dovesse ingenerare scandalo negli altri (caso in cui, per la verità, vige la massima di San Paolo di astenersi da qualunque cosa, anche lecita, per amore delle anime quando da ciò dovesse nascere scandalo per i deboli - cf 1Cor 8,9); quando si fosse fatto voto di non berlo; quando si avesse la tendenza naturale ad ubriacarsi facilmente.

Come tutti i beni leciti, è sempre possibile astenersi dal vino e dalle bevande per ragioni ascetiche personali o per il desiderio di una maggiore perfezione, salvi però sempre i doveri di custodire la salute del corpo, che va ordinariamente tutelata e salvaguardata proprio per amore di Dio, al fine di rispettare il dono della vita ricevuto e di rimanere su questa terra a servirlo e compiere la nostra missione fino a quando Egli vorrà.

In tempi relativamente recenti sono sorti nuovi tipi di piacere legati in qualche modo al senso del gusto su cui è bene spendere qualche parola, necessariamente discutibile in quanto, a conoscenza di chi scrive, non sembrano essersi ancora formati in campo morale dei chiari e netti criteri di discernimento. Se, infatti, è assolutamente indubbio che l'uso di tutte le sostanze stupefacenti (comprese le cosiddette droghe leggere) sia sempre di per se stesso un peccato grave (a prescindere dalla frequenza e dalla quantità con cui siano assunti), non appare ancora chiaramente definita la qualificazione morale del vizio del fumo.

Il catechismo della Chiesa cattolica (n. 2290) afferma genericamente che "la virtù della temperanza dispone ad evitare ogni sorta di eccessi, l'abuso dei cibi, dell'alcool, del tabacco e dei medicinali". Sembrerebbe, dunque, lecito l'uso del tabacco ed illecito solo il suo abuso. Tuttavia la dizione "tabacco" è generica, perché il tabacco può essere usato, per esempio, solo per essere odorato, oppure per essere fumato con la pipa oppure attraverso i sigari, modalità - queste ultime - che non mettono gravemente a repentaglio la salute come il fumo da sigaretta, che normalmente viene aspirato e produce notevoli danni all'apparato respiratorio, circolatorio ed anche - almeno in parte - al sistema neurologico e nervoso.

Su questo tema, sono state fatte grandi campagne di informazione, sensibilizzazione e dissuasione dalle legislazioni recenti occidentali. A fronte di questa forte e netta presa di posizione "laica", è mancato a mio avviso, un approfondimento morale della materia del fumo da sigaretta, perché per esso non può applicarsi lo stesso criterio del vino, perché mentre quest'ultimo non solo non nuoce alla salute se assunto in quantità moderate, ma può addirittura giovarle, lo stesso certamente non vale né per il fumo aspirato né per il fumo passivo, che sempre e comunque nuoce sia alla salute del fumatore che a quella delle persone a lui vicine.

Alla luce di ciò, il fumo da sigaretta non sembrerebbe essere esente da un'intrinseca peccaminosità (che peraltro andrebbe specificata in ordine alla sua gravità o meno), per il fatto che rappresenta un attentato alla salute che è un dono di Dio a salvaguardia della vita umana. In attesa che una più approfondita riflessione dei moralisti nonché una presa di posizione del Magistero della Chiesa facciano maggiore luce sull'argomento, è senza dubbio a mio avviso quanto meno preferibile e raccomandato che i discepoli di Gesù rinuncino a questo vizio per amore suo e della vita che Egli ha loro donato.
 Tratto dal blog Don Leonardo Maria Pompei




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