venerdì 16 giugno 2017

Veglia pubblica in riparazione delle offese arrecate dal Gay Pride

Riflessioni di Gianfranco Amato sulla veglia pubblica promossa da fedeli cattolici in riparazione delle offese arrecate dalla marcia del Gay Pride

Alcune polemiche davvero non si riescono a comprendere. Come quella, ad esempio, che sta scatenando l’iniziativa promossa da alcuni fedeli cattolici che hanno deciso di organizzare una veglia pubblica di preghiera in riparazione delle offese arrecate dalla marcia del Gay Pride che si terrà a Varese il prossimo 17 giugno.



L’annuncio di una simile iniziativa ha dato origine, com’era prevedibile, ad una ridda di reazioni negative, persino all’interno del mondo cattolico.

Io, francamente, non riesco a capire dove stia il problema.

Possiamo distinguere in questa vicenda due piani: uno spirituale e uno civile. Sul primo non c’è molto da dire. Il paragrafo 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica non lascia alcun dubbio nella sua formulazione: «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (Gn 19, 1-29; Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 9-10; 1 Tm 1, 10), la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». Ora, come si può impedire la legittima reazione di fedeli ad una manifestazione, qual è quella del cosiddetto “Gay Pride”, che innalza un vizio a virtù, che rivendica pubblicamente il diritto di peccare, e che esalta con orgoglio la libertà di praticare una «grave depravazione» morale? È come se un gruppo di adulteri facesse assurgere l’adulterio a virtù e ne rivendicasse pubblicamente con orgoglio la relativa pratica. Legittimo sul piano del diritto civile, assai discutibile sul piano morale religioso.

È vero che in una Paese libero e laico questo “orgoglio” si può anche rivendicare pubblicamente. È altrettanto vero, però, che un medesimo diritto debba riconosciuto anche a tutti coloro che intendano esternare pubblicamente il proprio dissenso sotto il profilo morale. L’importante è che entrambe le manifestazioni siano, lecite, pacifiche, sobrie e rispettose. Ebbene, c’è qualcuno sano di mente che possa davvero considerare la preghiera pubblica una manifestazione illecita, violenta, scomposta, e irrispettosa? Soprattutto quando la preghiera è invocata in riparazione di un’offesa e finalizzata alla conversione di coloro che hanno offeso? Da quando in qua pregare pubblicamente per gli altri può essere considerato illecito, violento, scomposto e irrispettoso? Nessuno può impedire, in realtà, il sacrosanto diritto dei fedeli a recitare pubblicamente quella che la dottrina cattolica definisce come «preghiera di riparazione». La Tradizione conosce diverse formule di questa modalità di orazione, tra cui, ad esempio, lo splendido Atto di riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù, composto da Pio XI nell’Enciclica Miserentissimus Redemptor dell’8 maggio 1928. Il fatto, poi, che alcuni ritengano di dover recitare pubblicamente simili preghiere dipende solo dalla dose di coraggio posseduta nel testimoniare la fede, dose che, com’è noto, varia da cuore a cuore. Sul punto, del resto, il grande Alessandro Manzoni nei suoi Promessi Sposi, evidenziando la differenza tra don Abbondio e Fra’ Cristoforo, ci insegnava che «il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare» (Cap. XXV).

Insomma, ci sono ancora cattolici che non si arrendono all’idea di doversi rintanare nelle catacombe, che soffrono di claustrofobia nel ristretto spazio delle sagrestie, che credono nella dimensione pubblica della fede e che aderiscono all’invito di Papa Francesco di uscire dall’ambiente stantio delle chiese per testimoniare all’aperto la Verità. Ci sono cattolici che non intendono piegare la testa di fronte alla pretesa laicista di escludere la religione, i suoi simboli, i suoi riti e persino la preghiera dalla vita pubblica, relegandoli nell’ambito del privato e della coscienza individuale, quando non, addirittura, nell’ambito della sottocultura. L’importante è che la preghiera pubblica non degeneri in mera ostentazione farisaica, perché in quel caso si commetterebbe un errore speculare a quello commesso dagli organizzatori del Gay Pride.

Proviamo ora ad analizzare l’aspetto civile dell’iniziativa di questi fedeli cattolici varesini.

Tra i capisaldi delle libertà prevista dalla Costituzione italiana ve ne sono due in particolare. Il primo è sancito dall’art. 21, il quale prevede che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Il secondo caposaldo è contemplato dall’art.19, il quale afferma che «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».

Non mi pare proprio che la preghiera pubblica di riparazione possa proprio considerarsi contraria al «buon costume». Al riguardo, semmai, qualcosina si potrebbe obiettare su alcune ostentazioni assai discutibili del Gay Pride.

Se quindi la Costituzione prevede espressamente la libertà di opinione, non si vede come sia possibile impedire a liberi cittadini italiani di manifestare, che so, a favore della famiglia contemplata dall’art. 29 della stessa Costituzione, intesa quale società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo ed una donna, come ha ribadito la Corte costituzionale con la sentenza n.138 /2010. Né si può impedire agli stessi cittadini di manifestare contro la barbara pratica dell’utero in affitto e del relativo ignobile sfruttamento del corpo femminile. Tutte che cose che, invece, vengono orgogliosamente rivendicate nella parata omosessualista del Gay Pride. Agli uni e agli altri deve essere garantita la medesima libertà di espressione, altrimenti avrebbe ragione Papa Francesco nel denunciare la soffocante oppressione della dittatura del Pensiero Unico, che oggi sembra sempre più dilagare nel nostro Paese. Persino chi non fosse d’accordo con l’iniziativa di preghiera dei cattolici varesini dovrebbe comunque difendere il loro diritto, anche per evitare che cali definitivamente la plumbea cappa del totalitarismo ideologico del politically correct. Violento ed intollerante come tutti i totalitarismi.

Varese, 15 giugno 2017
Gianfranco Amato


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