giovedì 28 aprile 2016

Due sorelline dissetano i poveri del mondo con gli origami

Quando Katherine Adams aveva quattro anni, suo padre le ha insegnato l’arte degli origami. Piegavano fogli insieme per passare il tempo prima che l’autobus la passasse a prendere per andare a scuola. Poi è diventata attività di famiglia, perché anche la sorella maggiore, Isabelle, ha iniziato questo passatempo.

Circa un anno dopo, quello che è iniziato come uno stratagemma del papà per farle passare il tempo, si è trasformato in una risposta – dalla portata globale – al grido di Gesù: “Ho sete”.


Katherine e Isabelle, all’epoca di cinque ed otto anni, un giorno hanno scoperto che alcuni bambini, in qualche parte del mondo, non possono permettersi il lusso di andare a scuola. Per una semplice ragione: non hanno acqua e devono camminare per chilometri per prenderla.

Le ragazze hanno quindi deciso di dover fare qualcosa per aiutare i loro lontani coetanei. E hanno pensato all’hobby degli origami come a una possibile soluzione.

Katherine e Isabelle hanno incontrato il gestore di un bar locale, chiedendo se loro avessero potuto regalare le loro decorazioni fatte con gli origami in cambio di una donazione per costruire pozzi. Il proprietario ha accettato la loro proposta; le due sono quindi riuscite a raccogliere circa 800$, una parte di quanto necessario per scavare un singolo pozzo in Etiopia.

Le ragazze hanno portato tutti i propri ornamenti di carta al negozio, vendendoli tutti in soli due giorni. Hanno lavorato per produrne altri, e in due mesi hanno raccolto più di 9200$, quanto necessario per costruire il primo pozzo.

Oggi Katherine ha 10 anni e Isabelle ne ha 12.  Insieme ai loro genitori gestiscono un’associazione di beneficenza, da loro fondata, chiamata “Paper for Water” (in inglese, Carta per l’acqua).  Organizzano delle “feste” in cui realizzare origami insieme ai volontari. Finora hanno piegato e venduto abbastanza origami per finanziare la perforazione e il mantenimento di oltre 100 pozzi, sparsi tra l’India, il continente africano e l’America centrale. Stanno partecipando al “The Navajo Project” per portare acqua corrente a circa 377mila nativi americani.

L’obiettivo del 2016 è di contribuire a finanziare altri 28 pozzi. Stanno provando a creare dei gruppi di “Paper for Water” nelle scuole, per far crescere il proprio ministero.

Il successo ha portato molte opportunità all’intera famiglia. Persino la figlia più giovane – Trinity, di sei anni – sta imparando l’arte della carta insegnatale dalle sorelle e dà il suo contributo nelle riunioni per parare del bisogno idrico che hanno molti paesi.

Lo scorso anno la famiglia è andato in India per vedere i pozzi. Hanno visitato scuole, organizzato incontri e insegnato ai bambini come creare origami. “Volevo vedere l’impatto che stiamo lasciando”, ha detto Katherine.

Fondare e portare avanti un’organizzazione di beneficenza non è stato sempre facile. Prima che la famiglia creasse una rete di volontari, ad esempio, ci sono stati momenti in cui si è dovuto lavorare fino a mezzanotte per riuscire a evadere ogni ordine. “È stato come avere un nuovo bambino ogni anno”, ha detto Deborah, madre della famiglia. Ha anche detto che le ragazze hanno rinunciato a diverse feste di compleanno o ad altre attività per parlare ai corsi di formazione dei volontari. Anche se l’attività ha richiesto molti sacrifici, ha detto Deborah, ogni cosa è stata fatta volentieri e con generosità.

“Un anno”, ha ricordato, “Ken stava per vendere l’attività. Quell’estate eravamo stati in giro ed io ero stanca. Abbiamo pensato di lasciar perdere tutto – avremmo potuto viaggiare e giocare – ma un giorno qualcosa è successo. Ho deciso di andare a una sessione di studio della Bibbia. Non ne avevo voglia, ma sono andata. Abbiamo visto un filmato sulla crisi dell’acqua, si è parlato del fatto che 780 milioni di persone nel mondo non hanno sufficiente acqua. Era Dio, che mi ha ricordato perché facciamo tutto questo, tutte le ragioni che ci spingono a lavorare ogni giorno. Ho iniziato a piangere”.

La famiglia continua a lottare per mantenere l’equilibrio, ma quando permette a se stessa di arrendersi a Dio, sorgono nuovi volontari. “Abbiamo avuto un grande ordine nel periodo di Natale”, ha detto Deborah, “e molte persone sono arrivate, hanno chiamato, hanno portato cibo. Lo scorso anno siamo riusciti ad andare a dormire prima di mezzanotte proprio grazie alla rete di volontari”.

Ha detto di aver imparato a confidare a quella flebile voce che continua a dirle che “Dio è sempre all’opera e non c’è bisogno di preoccuparsi. Dio può farcela, persino mentre io dormo”.

“Prima di realizzare questo progetto, confidavo sulle mie forze”, ha detto Deborah. “Avevamo il controllo, eravamo noi a far sì che le cose avvenissero. Ma Dio ha tracciato per noi una strada, l’ha spianata prima che noi la iniziassimo a percorrere. Ho imparato, penso che tutti abbiamo imparato, che Dio apre delle porte in continuazione. Non c’è altra spiegazione”.

Quando è stato loro chiesto quali fossero i prossimi passi di “Paper for Water”, le bambine hanno detto di sperare di avere 1000 persone che riescano a donare 5 dollari al mese per il “Pozzo del mese”, continuando a invitare “bambini ad aiutare altri bambini” diffondendo consapevolezza nelle scuole elementari. Continueranno anche a insegnare ad altri bambini come realizzare gli origami e come essere parte del progetto “Paper for Water”. Con la speranza tipica dei bambini, hanno detto di voler costruire pozzi in ogni villaggio che ne ha bisogno, in qualsiasi parte del mondo. Nel frattempo, sanno di rispondere al grido di Gesù: “ho sete”.

Sherry Antonetti è stata educatrice speciale e attualmente è una scrittrice freelance. Ha 10 figli. Scrive su Catholicmom.com e sul suo blog, Chocolate for Your Brain. Si può contattare via e-mail all’indirizzo sherryantonettiwrites@yahoo.com.

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