lunedì 18 gennaio 2016

Tre argomenti a cui tutti dobbiamo saper rispondere

di Mario Adinolfi
Siamo arrivati alla strettoia finale, ora le chiacchiere stanno a zero, bisogna schierarsi: con una proposta di legge o contro quella proposta di legge, con le unioni omosessuali e i relativi e inevitabili diritti di filiazione o contro quanto è contenuto nei ventitré articoli del ddl Cirinnà bis. Si respira aria tesissima anche in casa Pd, il partito da cui provengono i proponenti firmatari della proposta di legge, ma anche il partito al cui gruppo parlamentare sono stato iscritto nella scorsa legislatura come deputato.
Un partito che conosco bene e che sapevo non essere monolitico: lo scontro feroce tra il presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda (rappresentante diciamo così di molti e diversi mondi "laici") e il vicepresidente dei senatori Pd, Stefano Lepri (sensibile alle posizioni dei cattolici) è la fotografia più evidente di un disagio colossale che attraverso anche la sinistra italiana.

Non a caso anche le femministe di Se non ora quando e dirigenti comuniste storiche come Livia Turco hanno tuonato contro la stepchild adoption e definito "abominevole" la pratica dell'utero in affitto, che è il cuore di questa legge che è stata materialmente scritta e controfirmata da un senatore che proprio quella pratica "abominevole" ha compiuto con il suo compagno.

Il disagio di gran parte della sinistra, l'appello di oltre cento giuristi chiamati a raccolta dal Centro Rosario Livatino contro il ddl Cirinnà, la solidità di una opposizione di centrodestra alla legge (con purtroppo una ventina di senatori che tradiranno il mandato elettorale e faranno da ascari per salvare la poltrona, rischiando di essere determinanti) sono tutti fattori che spiegano che questa legge non piace davvero a nessuno. L'ultimo sondaggio di Ipr Marketing presentato dal suo direttore Antonio Noto in prima pagina sul Quotidiano Nazionale del 10 gennaio spiega che l'ottantacinque per cento degli italiani è contrario ai diritti di filiazione per i gay. Eppure, nonostante tutto questo, la legge rischia di passare. Perché?
La prima responsabilità, duole dirlo, è la scarsa chiarezza della Chiesa italiana. Se Alessandro Cecchi Paone inneggia entusiasta a un'intervista di mons. Galantino, evidentemente c'è qualcosa che non quadra. Speriamo sia stato trascritto male il suo pensiero dall'intervistatore del Corriere della Sera. In un dibattito radiofonico con esponenti di punta del mondo Lgbt sulla Rai mi sono sentito opporre le argomentazioni del Forum delle associazioni familiari, fatte proprie dai sostenitori arcobaleno del ddl Cirinnà. Mi sono cadute le braccia.

Sì perché in realtà la vittoria sarebbe a portata di mano. Hanno esaurito tutti gli argomenti, i trucchi sono stati tutti svelati, la legge è anche giuridicamente scritta malissimo e platealmente anticostituzionale, i partiti proponenti sono dilaniati. Ci sono tutte le condizioni per vincere e respingere quest'assalto alla famiglia da parte dei sostenitori di una visione antropologica che trasforma i figli in beni di consumo, il corpo della donna bisognosa in mero fattore della produzione, la maternità in un bene commerciabile.

Se perderemo sarà solo perché non siamo stati uniti in piazza a demolire questa visione autoritaria paranazista, sarà solo perché saremo stati tiepidi verso chi violentava i più deboli con la propria idea egoistica e materialistica dell'esistenza, dove esiste solo la legge del più forte e se il più forte (e il più ricco) vuole un figlio e non lo può generare se lo va a prendere dal più debole (e dal più povero). Un orrore. Dio non perdonerà i tiepidi.

Chi si batterà dovrà opporsi semplicemente a tre fragili argomenti, che saranno ripetuti come un mantra in queste settimane:

1. "Tutto il mondo va in questa direzione, l'Italia è indietro". Non è vero, "matrimonio" gay e unioni civili con diritti di filiazione sono legge in ventotto paesi su centonovantotto. Un'esigua minoranza, neanche il 10% della popolazione. L'utero in affitto è fuorilegge in centonovanta paesi. E quand'anche tutto il mondo fosse unanime, noi rivendichiamo quella che San Giovanni Paolo II chiamava la "felice eccezione italiana".

2. "Ma cosa cambia alla famiglia naturale se due gay si amano e si sposano?". La nostra rivendicazione non è di natura sindacale, non stiamo difendendo la nostra fetta di torta da concorrenti nuovi. Noi testimoniamo fedeltà ai valori espressi dalla Costituzione e ci battiamo, disinteressati, affinché non venga proclamato un diritto che non esiste: tutti possono amarsi come desiderano e due gay hanno già tutti i diritti garantiti dall'ordinamento vigente. Con questa legge chiedono il diritto ad avere figli, ma i figli non sono oggetto dei diritti degli adulti, il loro pur legittimo desiderio non può mai essere trasformato in diritto. Questo vale per le coppie omosessuali come per le coppie eterosessuali. Un figlio è un dono. La trasformazione del figlio in un oggetto, addirittura in un oggetto di compravendita, ecco "cosa cambia". E questo cambiamento orrendo noi lo osteggiamo dando voce a chi non ha voce.

3. "Rassegnatevi, la legge sarà approvata. Ce lo impone l'Europa e altrimenti ci penseranno i giudici". Aleggia uno sconfittismo tipico di marca cattolica, che da tre anni ci dice che la legge passerà e voleva rinunciare alla battaglia. Invece la battaglia è stata efficace e un ddl che è stato presentato in prima stesura nel marzo 2013, oggi nel 2016 è ancora oggetto di dibattito. Merito di chi si è battuto e mai rassegnato, con l'evento culminante della piazza del 20 giugno. L'Europa non può imporre alcunché, il diritto di famiglia è competenza esclusiva degli Stati nazionali. Anzi, è stato detto esplicitamente che l'Italia ha due strade: o non legiferare o, se legifererà, adeguarsi agli standard di altri paesi europei. Per questo è fondamentale che il ddl non passi in alcuna forma, che sia definitivamente ri-ti-ra-to. Questo e nessun altro è l'obiettivo dei milioni di italiani che si ritroveranno in piazza per il prossimo Family Day.

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