lunedì 25 gennaio 2016

Quella conversione di duemila anni fa che parla al cuore di tutti

Quello che celebriamo oggi, nella festa della conversione di san Paolo, non sono le virtù eroiche dell’uomo, ma l’azione misericordiosa di Dio nel peccatore, l’incontro con Cristo che trasforma il fariseo Saulo, duro persecutore dei Cristiani, in un uomo nuovo, l’apostolo delle genti, testimone del Risorto.

Non è ancora la figura solenne, con la spada sguainata in una mano e il Vangelo nell’altra che si trova all’ingresso della basilica a lui dedicata.
Tra i dipinti che lo ritraggono nel momento della folgorazione sulla via di Damasco, c’è quello di Caravaggio che si può ammirare oggi nella chiesa di Santa Maria del Popolo, nell’omonima e famosa piazza di Roma.

Saulo è disteso a terra, ha le braccia sollevate, sembra si rivolga a qualcuno, oltre il cavallo che lo sovrasta. C’è un altro uomo nel dipinto, che tiene o forse ha preso in quel momento, il cavallo per le briglie. Sembra del tutto indifferente alla scena, mentre il cavallo ritrae, quasi stupito, la zampa anteriore.

Lo racconterà lo stesso Paolo, più avanti, che solo lui udì la voce di Cristo, mentre gli altri, che erano con lui sulla via verso Damasco, si limitarono a vedere il lampo di luce.

Nel 2008, in una delle udienze dell’Anno Paolino, Benedetto XVI spiegava il motivo per cui san Paolo non descrive mai questo evento, l’irruzione di Cristo nella sua vita, in termini di conversione. San Paolo vive il suo essere cristiano come una risurrezione dopo essere morto alla vita precedente.

Non è l’adesione a una filosofia, a una morale particolare. La conversione di Paolo è l’incontro con Cristo vivo, risorto che lo chiama alla fede e gli affida una missione, quella di predicare ai lontani. Paolo riconosce  in quell’avvenimento portentoso, in quella manifestazione di Cristo nella sua vita, un atto di quella misericordia divina che in quest’anno celebriamo, un atto di misericordia immeritato, perché nel suo zelo farisaico perseguitava e voleva mettere a morte tutti i cristiani e proprio per questo si dirigeva a Damasco.

Sebbene conosciamo Paolo attraverso le lettere appassionate che scrive alle prime comunità cristiane per esortare i suoi fratelli, e lo immaginiamo facilmente in piedi, al centro della sinagoga, nell’atto di predicare, in realtà, non è questo l’effetto immediato della conversione.

Dopo l’incontro con Cristo, Paolo si ritrae dalla vita pubblica. Rimane per tre giorni, senza poter vedere, in preghiera e digiuno, fino al momento in cui riacquista la vista e riceve il battesimo. Poi rimarrà ancora a lungo nell’anonimato, in un ritiro che dura tre anni: un tempo necessario, forse, per riorganizzare, alla luce di Cristo, vivo, risorto, la sua vita.

Successivamente, negli anni della sua predicazione, Paolo ritornerà sempre su questo incontro con Cristo che lo segna, fa di lui un uomo nuovo e lo porta a dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

L’incontro con Cristo vivo, morto e poi risorto, sarà centrale nella predicazione di Paolo e nelle sue lettere. Mai ne farà motivo di vanto, piuttosto userà la sua personale esperienza come esempio dell’infinita misericordia di Dio che lo ha scelto e ha cancellato il passato per dare vita a un uomo nuovo.

La festa della conversione di san Paolo si inquadra bene, nel contesto delle celebrazioni che, proprio oggi, concludono la settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani, nell’anno giubilare della Misericordia. Tutta la vicenda di Paolo è una testimonianza viva della Misericordia di Dio che opera la conversione del cuore. «Mi è stata usata misericordia – scrive a Timoteo – perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede» (1Tm, 13).

Perché Dio non si manifesta con altrettanta forza nella vita di tutti noi? Sempre nella catechesi del 2008, Benedetto XVI diceva appunto che non a tutti è concesso, o forse, non per tutti è necessario un incontro così forte con il Signore. Ma, spiegava il Papa emerito, possiamo incontrare Dio nella preghiera quotidiana, nella lettura dei testi sacri, nell’Eucaristia, nella liturgia domenicale.

E dobbiamo pregare Dio di concederci la grazia della conversione del cuore che può venire solo dall’incontro con Lui. Non si tratta di essere buoni, affabili, generosi, non è solo una serie di comportamenti orientati al bene.

È la relazione personale con Cristo che converte il cuore dell’uomo, lo allarga, lo trasforma come ha allargato quello di Paolo, «apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio – perché – se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
di Valentina Raffa tratto da Zenit

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