venerdì 15 gennaio 2016

Il momento è decisivo: il 30 gennaio a Roma per “la marcia di san Giovanni”

di Costanza Miriano
Preparate gli zaini, comprate i biglietti, lavate la macchina (o meglio controllate le gomme), accendete gli elicotteri le navi i treni gli aerei gli alianti, chiedete le ferie al lavoro, fingete mal di testa strappate permessi. Da questa mattina è ufficiale. Si torna in piazza il 30 gennaio. A Roma. Raduno alle 10,00. Marcia su san Giovanni (tacco dodici nella borsa, si cambiano le scarpe all’arrivo).
I dettagli sono ancora da definire, in corso i colloqui con le forze dell’ordine.

Lo so, io abito lì, praticamente sotto al palco, per me è facile parlare. So che per qualche famiglia questo sarà uno sforzo organizzativo ed economico sovrumano. So di famiglie che son venute l’altra volta aprendo il salvadanaio, rimanendo senza uno spicciolo. Famiglie che poi non sono andate in vacanza. Non tutti, ma molti di quel milione di persone hanno fatto davvero uno sforzo al di sopra delle possibilità. E poi tutti si sono presi l’acqua il sole e di nuovo l’acqua. Hanno avvolto bambini – molti, moltissimi bambini – in impermeabili di fortuna e si sono tenuti i vestiti attaccati alla pelle. Hanno ripreso la via di casa sfiniti. Ma non hanno mancato l’appuntamento con la storia.

Vi prego, ognuno che sa di qualche famiglia in difficoltà si faccia carico di una situazione. Apriamo case, prepariamo panini, diamo soldi, prestiamo maglioni. Ognuno che vorrebbe venire ma non può per motivi economici chieda aiuto a un altro: siamo cristiani e ci faremo riconoscere.

Questa volta l’appuntamento sarà davvero decisivo. Possiamo cambiare la storia del nostro paese, e credo di non esagerare se dico dell’intero mondo occidentale: se l’Italia fermerà la legge che la propaganda omosessualista chiama “dei diritti civili” e che invece vuole legittimare desideri disordinati, metteremo un fronte nel cuore dell’Europa. Fermeremo la sconfitta dell’umanità nella culla della civiltà occidentale. Semplicemente richiamando al senso della realtà, dicendo che il dato che le persone nascano da un padre e da una madre non si può stravolgere se non facendo pagare prezzi altissimi ai più deboli. Dicendo che ognuno è libero di amare e fare sesso con chi vuole, questo è un fatto privato con cui ciascuno fa i conti, ma trasformare desideri in diritti non può essere il principio fondativo di una civiltà. Dicendo che le istituzioni pubbliche devono sostenere appoggiare e riconoscere chi si mette al servizio della vita, fare uno sforzo collettivo riconoscendo quello che è oggettivamente un bene comune: mettere al mondo delle persone e cercare di farle crescere nell’ambiente migliore per loro.

I politici ci stanno a guardare: devono fare due conti. Vedere se conviene loro portare a casa questo risultato che li farà sentire dei piccoli Obama, perché love is love (mentre su molti altri fronti non combinano niente che aiuti davvero le persone, concretamente), o riconoscere che la gente è con noi. Fare gli interessi di una minuscola, piccolissima lobby che detiene però le redini dell’informazione e dell’intrattenimento, oppure ascoltare il senso della realtà in cui noi, famiglie normali, viviamo. Oltre alla coscienza, con la quale un giorno faranno i conti (Andreotti disse che l’unica cosa di cui era pentito era stata firmare la legge sull’aborto: troppo tardi, la legge fa mentalità e cambia la cultura e le abitudini della gente).

È il momento di cambiare la storia. Noi non possiamo nulla, ma possiamo mettere a disposizione i cinque pani e i due pesci che abbiamo. Siamo un popolo scalcagnato, a parte la Croce non abbiamo un giornale né una tv dalla nostra parte (neanche quelli che ci aspetteremmo), non abbiamo nessuno che dall’alto ci aiuta, ci dà un euro, studia strategie, spiana strade. Però abbiamo la compagnia dei fratelli – commovente l’amicizia che sta nascendo nelle trincee di tutta Italia – e un alleato potentissimo. A noi la battaglia, a Dio la vittoria.


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