giovedì 9 luglio 2015

La riforma della scuola è legge, ora un milione di sentinelle

La riforma della “buona scuola” è legge, è un dato di fatto. Passa con 277 voti favorevoli alla Camera ed è una approvazione definitiva, che trasforma il ddl in legge dello Stato. Manca il passaggio formale della firma e conseguente promulgazione da parte del Capo dello Stato, ma chi pensa che Sergio Mattarella non firmerà è fuori strada. La legge c’è e bisogna solo prenderne atto.

Si tratta di una riforma con aspetti positivi e aspetti negativi, come tutte le riforme. In materia di scuola abbiamo scritto da tempo che finché non si andrà con coraggio nella direzione di una reale libertà scolastica, con la possibilità concreta per i genitori di scegliere la scuola in cui far istruire i propri figli, le riforme saranno poca cosa. E infatti ogni ministro si fa la sua. Io sono stato uno studente di scuola cattolica e i miei genitori hanno dovuto cavarsi il pane di bocca per permettere a mia sorella e a me di frequentare un istituto costoso. 

Libertà scolastica vuol dire consentire ai genitori la libertà reale, attraverso strumenti come il “buono scuola” (altro che “buona scuola”) sperimentato in Lombardia, di scegliere l’istituto dove mandare i propri figli senza la colossale disparità tra scuola statale e scuola non statale, tutelando invece il concetto di scuola pubblica. E l’erogazione di un servizio pubblico, qui sta il salto culturale che va compiuto da chi si muove su obsolete impalcature ideologiche, può essere effettuata sia da parte di un soggetto statale che da parte di un soggetto non statale. Finché la scuola non virerà verso questa idea di libertà, nessuna riforma ne guarirà i mali endemici.

Ma torniamo alla legge approvata alla Camera. Luci ed ombre, dicevamo. Tra le ombre, si staglia colossale quella dell’introduzione del gender. Con un’operazione proditoria e vergognosamente operata in commissione, poi ratificata dal comma 16 al maxiemendamento reso inemendabile da una manovra ai limiti dell’illegittimità da parte del presidente del Senato Pietro Grasso, l’educazione di genere entra ufficialmente a far parte della attività extracurricolari nelle scuole di ogni ordine e grado. A proposito di impalcature ideologiche, questo è il nuovo terreno su cui una sinistra obsoleta si sente a suo agio. Persi i riferimenti elaborativi e culturali “alti”, persa la sua visione escatologica, una certa di sinistra per “consistere” si adagia sulle comode novità ideologiche da partito radicale di massa, come ebbe a profetizzare quel grande filosofo che fu Augusto Del Noce, le cui pagine andrebbero riscoperte, rilette con attenzione.

Il varo tutto ideologico, anche nelle modalità, dell’introduzione della cultura gender nelle scuole è un atto gravissimo del Parlamento, un atto operato in sfregio al milione di persone scese in piazza il 20 giugno scorso e contro il volere di buona parte dei gruppi sia di maggioranza che di opposizione. Si tratta di una forzatura davvero tutta ideologica che però dovrà ricevere una risposta umana, intensamente umana.
Quasi dieci milioni di minorenni che frequentano le scuole italiane sono accompagnati in classe da quattordici milioni di papà e quattordici milioni di mamme. Trentotto milioni di persone, complessivamente, hanno a che fare con la scuola italiana. 

A piazza San Giovanni eravamo un milione e io ho parlato da un palco con su scritto a caratteri cubitali: “Difendiamo i nostri figli, no all’ideologia gender nelle scuole”. La scritta “giù le mani dai nostri figli” campeggiava su alcuni cartelli che venivano giustamente agitati in aula alla Camera mentre la “buona scuola” diventava legge e il concetto è stato ribadito da gruppi parlamentari, come già detto, di maggioranza e di opposizione. Quelli di maggioranza hanno anche ottenuto l’emanazione di una circolare da parte del ministro Giannini in cui si riafferma lo strumento decisivo del “consenso informato”.

Ecco, la partita da oggi si sposta dal Parlamento alla società. Diventerà, lo voglio scrivere oggi a due mesi dall’avvio del nuovo anno scolastico, una battaglia non città per città, ma casa per casa. I ventotto milioni di mamme e di papà di dieci milioni di bambini e minori devono diventare altrettante sentinelle. Questa “colonizzazione ideologica”, per citare Papa Francesco, si ferma solo con il contrasto attivo da parte dei genitori scuola per scuola, classe per classe. Non devono passare corsi che attraverso il paravento del “contrasto al bullismo omofobico” o della educazione alla parità di genere vogliano insegnare ai nostri bambini l’indifferenzialismo sessuale, l’esaltazione dell’omosessualità, la propaganda dell’omogenitorialità e la propedeutica al transgenderismo. 

Lo scrivo in maniera chiara in modo che non ci siano equivoci: contrasteremo il diffondersi di questi corsi con ogni strumento che la democrazia e i metodi di cittadinanza attiva ci mettono a disposizione.
Il Parlamento aveva il potere di disporre una norma così violenta contro i nostri figli, ma non ne aveva il diritto. Contro queste prepotenze la società civile ha il diritto di organizzarsi. Contro questi atti di “colonizzazione ideologica” il Papa stesso ha detto che le famiglie devono reagire. Sì, ha usato proprio la parola “contro” il Papa. Qui non ci sono ponti da costruire o dialoghi da ricercare. Qui c’è da andare in battaglia contro gli ideologi che prima negano l’esistenza stessa dell’ideologia gender, poi la ficcano dentro il primo provvedimento di legge che passa per portare a casa una vittoria tutta ideologica.

Sarà una vittoria di Pirro e sapete perché? Perché c’è stata piazza San Giovanni il 20 giugno scorso. E in quella piazza un milione di sentinelle hanno ricevuto le informazioni necessarie per rispondere sul proprio territorio, scuola per scuola e classe per classe, alla prepotenza della politica e degli ideologi del gender. Perché quel milione di sentinelle tornando a casa ha parlato con altri milioni di persone che a San Giovanni per ragioni varie non potevano esserci, trasformandole in sentinelle anch’esse. Perché le parole d’ordine di piazza San Giovanni sono risuonate forti e chiare persino in Parlamento e se ne sono fatti carico gruppi di maggioranza e di opposizione. Fino al 20 giugno nessuno aveva parlato in Parlamento contro l’ideologia gender. Dopo il 20 giugno lo hanno fatto in tanti.

Ma il Parlamento ha comunque varato la legge con quel comma infame. Ora la palla passa alla famiglia. Ora le mamme e i papà, le nonne e i nonni, gli studenti stessi devono porre un argine ad un’ideologia che altrimenti dilagherà. Si nasce maschi e femmine. I bambini nascono da un uomo e una donna. Il sesso è un dato biologico e, salvo eccezioni che confermano la regola, coincide con il genere: è scritto nel nostro dna in termini indelebili. Il resto è gioco di società di una certa sinistra, obsoleta e annoiata, che non sa più cosa dire sui problemi seri e allora si rifugia nei falsi miti di progresso. Che noi combatteremo.
Giù le mani dai nostri figli.
09/07/2015

di Mario Adinolfi tratto da La Croce Quotidiano.it

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