lunedì 22 giugno 2015

Roma, piazza san Giovanni: l’intervento di Costanza Miriano

Innanzitutto vorrei salutare chi non è potuto venire, proprio perché sta “difendendo i suoi figli” come noi, ma dal posto di combattimento, da casa, dalla trincea direi: chi ha un bambino malato, come Paola, che è in ospedale con lui, chi ce l’ha sotto esame, chi non si è potuto permettere il viaggio, perché le famiglie a volte sono lasciate sole.
Direi che per ogni persona che è qui, ce ne sono cento che avrebbero voluto, e alcuni hanno organizzato manifestazioni, fiaccolate, veglie la notte scorsa. Grazie!

Ecco, io sono qui per parlare della differenza tra maschile e femminile, e non so da dove cominciare, perché la differenza è talmente tanta e talmente evidente, che mi sembra davvero di sguainare la spada per dire che le foglie sono verdi in estate, e che due più due fa quattro.

E ci vuole uno strano coraggio per far questo perché si è sviluppata una sorta di isteria collettiva sul tema, per cui ogni volta che si parla di differenza qualcuno grida allo scandalo, ci dice che siamo imbevuti di stereotipi, qualcuno si offende. Qualche giorno fa, per dire, si è chiesto ufficialmente il ritiro di uno spot pubblicitario di pannolini perché diceva che alle femminucce piace farsi belle, ai maschi a giocare a palla, le femmine si fanno cercare, i maschi inseguono. Ritirare lo spot!

Ancora, un premio Nobel è stato messo alla berlina su twitter perché aveva detto che alle donne sul lavoro succede di essere emotive, di innamorarsi e di piangere se rimproverate. (ecco, a me tra l’altro sono successe tutte e tre le cose, al lavoro).

L’insofferenza a tutto quello che parla di maschio e femmina ha raggiunto il parossismo, e nell’epoca della comunicazione si restringe sempre di più il campo delle cose che si possono dire liberamente, c’è una sorta di polizia del pensiero.

Dire che le persone oltre alle loro caratteristiche particolari sono o maschi o femmine non significa essere sessisti – come hanno scritto davanti alla redazione milanese di Tempi insieme ad altri epiteti che non si possono dire qui perché ci sono bambini. La differenza parla di una grande bellezza. È la vera grande bellezza. È qui il segreto più profondo, più intimo dell’uomo, come diceva Giovanni Paolo II. Ed è qui, per chi crede alla Genesi, che sta la somiglianza con Dio.

È faticoso ma prezioso essere diversi, irriducibili gli uni agli altri, avere sempre nel cuore nostalgia di unione, di una complementarietà profonda, una nostalgia mai guarita, il segnaposto del totalmente altro, come scrive il cardinale Scola. Per noi credenti la distanza tra maschio e femmina è la nostalgia di Dio.

Ma qui prima di tutto non è questione di fede, è questione di realtà: noi siamo tra coloro che hanno visto, eppure hanno creduto – direbbe Chesterton. Uomini e donne spesso amano fare cose diverse, e anche quando amano le stesse, le fanno in modo diverso, e questa è una ricchezza, che nessuna legge potrà mai cancellare. Per esempio, in Norvegia, che è il paese con le politiche per le pari opportunità più aggressive, hanno addirittura dovuto mettere le quote azzurre nelle aziende perché c’erano troppe dirigenti femmine e i maschi erano all’angolo. Bene, anche nella paritaria Norvegia non si sa come mai nei reparti maternità ci sono solo donne, ma proprio 100%, e nei cantieri gli operai sono solo uomini.

E’ dallo scontro/incontro
tra un uomo e una donna
che si muove l’universo intero.
All’universo non importa niente
dei popoli e delle nazioni.
L’universo sa soltanto
che senza
due corpi differenti
e due pensieri differenti
non c’è futuro.”

Lo ha detto Giorgio Gaber.
E lo ha detto anche Papa Francesco, con altre parole: essere genitori viene dalla differenza di maschile e femminile. Innanzitutto biologicamente, sembra ovvio ma forse serve ricordarlo: solo così si possono fare figli, e non è una discriminazione, ci dispiace, è la natura. Solo la differenza è feconda, dà la vita. Il buio si definisce rispetto alla luce, la terra al cielo, l’acqua all’aria. Il mondo è stato creato così, con le distinzioni che hanno messo fine al caos.
Ecco, quando vogliamo fare questo, cioè dimenticare da dove viene la vita, dalla differenza feconda di maschio e femmina, produciamo sofferenza, perché Dio perdona, ma la natura no. La legge di Dio è la misericordia, ma la natura non è misericordiosa, ha delle sue leggi che non possono essere infrante senza conseguenze. È l’ecologia dell’umano! I limiti non sono qualcosa che ci opprime, ma proprio quello che ci custodisce, ci salva, ci fa bene.
Donna e uomo sono tali nel rapporto, nella relazione, nessuno si definisce da solo come vuole la cultura individualista. Abbiamo bisogno di questo, non possiamo dire cos’è l’uomo senza dire cos’è la donna, e imparare a funzionare insieme è la sfida della vita, nel senso che ci vuole una vita per riuscire, e non è detta che si riesca. Il primo organo sessuato è il cervello. Quello della donna ha molti collegamenti fra le varie parti, adesso non mi addentro perché questo è il lavoro del nostro conduttore, di Gandolfini, ma che noi femmine abbiamo un modo non lineare di pensare è evidente anche a me. Per un uomo la strada da A a B è la più breve. Un uomo va dritto al punto, ed è per questo che un uomo fatica a fare due cose insieme, mentre per noi donne la strada da A a B non è la più breve, ma la più bella, e lungo il percorso da A a B facciamo tante deviazioni, magari a raccogliere i fiori. La donna ha una speciale chiamata alla cura della bellezza, (che non è un tentativo di dare una giustificazione di nobiltà spirituale agli ultimi quattro vestiti che ho comprato…) Lo dico perché davvero questa chiamata alla bellezza è qualcosa di più. La donna è chiamata a ricordare all’uomo il bene e il bello di cui lui è capace e che lui tende a dimenticare quando vive al ribasso. La donna aiuta l’uomo ad alzare lo sguardo verso il di più, l’umanità è affidata alla donna, che prima ancora dell’uomo, vede l’uomo.
Forse nell’ansia di emanciparci ci siamo dimenticate di quanto sia preziosa la nostra chiamata, e ci dimentichiamo che invece la nostra fragilità non è una debolezza, ma è ciò che ci rende capaci di fare spazio, di essere fondamentali quando entra in gioco la vita. La donna fa spazio, allarga, l’uomo mette i confini, costruisce i muri, a cui poi possono appoggiarsi i ponti, ma sempre a partire da un’identità salda, che l’uomo aiuta a costruire per tutta la famiglia.
La donna e l’uomo quando decidono di stare insieme, magari sull’onda del sentimento, forse non sempre sanno a quale fatica andranno incontro: è un lavoro su di sé continuo quello che stanno cominciando. La donna dovrà rinunciare alla sua volontà di controllo sull’uomo, alla sua tentazione di manipolarlo, per imparare un amore libero che sa partire dal bene che c’è, e accoglie e riceve senza chiedere, controllare, misurare. E anche l’uomo deve fare un lavoro su di sé, per vincere la sua tentazione dell’egoismo, la tentazione di tenere una parte di vita per sé, non totalmente coinvolta, non totalmente spesa.
Poi c’è il lavoro di tradursi, che devono fare uomo e donna, che non parlano neanche la stessa lingua. Noi parliamo per esprimere noi stesse, per sfogarci, lamentarci, esprimere vicinanza, gli uomini per dire delle cose. Per gli uomini le parole significano quello che dicono, per le donne non solo quello, perché poi c’è il tono della voce, cosa che getta a volte nel panico gli uomini, che non sempre riescono a decodificarlo.
Dire che le donne sono diverse, è appena il caso di ricordarlo, non vuol dire, ormai, nell’Italia del 2015, che ci sia preclusa qualche scelta di vita: possiamo fare le astronaute o dirigere il Fondo Monetario Internazionale. Ma i problemi che abbiamo al lavoro vengono soprattutto dal fatto che noi vogliamo stare con i nostri figli, per questa strana cosa che non potrà mai essere cambiata, cioè che i figli li partoriscono e li allattano solo le donne, e questa non è una discriminazione. Li facciamo e vogliamo stare con loro, e questo le nostre mamme e nonne che ci hanno consegnato l’emancipazione si sono dimenticate di dircelo! Conquistandoci il diritto di uscire di casa , e presentandolo come una conquista in assoluto, si sono dimenticate di dirci che una donna non può lavorare nei modi di un uomo. È ora di chiedere non pari diritti, ma diritti diversi. È ora di combattere non perché le mamme possano lavorare, ma perché le lavoratrici possano di più fare le mamme!
La differenza nei ruoli infine è evidentissima nell’educazione. La mamma accoglie il babbo mette le regole, e riesce meglio a farlo perché è meno empatico della madre. Con i figli la mamma è il pavimento il padre il muro, e anche qui la differenza è preziosa, quando noi genitori ci confermiamo gli uni gli altri, e facciamo vedere ai figli che le differenze sono buone, ed è decisivo metterle a disposizione della vita che nasce, o anche della vita in difficoltà, sto pensando alle famiglie che adottano, a quelle affidatarie, e che ammiro tantissimo la grande generosità che fa loro superare un vero percorso a ostacoli, quello dell’adozione.
Dalla differenza dei genitori i bambini imparano a relazionarsi, e a misurare la realtà, l’universo. E non è nostro diritto privare i bambini di un padre maschio e di una madre femmina, perché questo non permetterebbe loro di trovare il loro posto nel mondo. I genitori possono sbagliare, e anche moltissimo, e si possono anzi si devono mettere in discussione, infine anche rifiutare, ma prima sono l’unica chiave che i bambini hanno per aprire le porte della realtà. Non possiamo privarli delle chiavi. Non possiamo derubarli. Per questo ci siamo alzati in piedi, perché la vita umana è minacciata, e ancora ci alzeremo in piedi ogni volta che un bambino viene visto solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile. Ma non è per noi, e i suoi diritti vengono prima.

Tratto da Il blog di Costanza Miriano

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