martedì 16 giugno 2015

Delitto, castigo e perdono. Storia di Silvio e Elisabetta

-E' un articolo un po' lungo ma ne vale la pena!-

È la mattina del 24 gennaio 2004, quando Silvio Pezzotta riceve una telefonata dei carabinieri di Somma Lombardo (Va). L’automobile di sua figlia Mariangela, 27 anni, scomparsa la sera precedente, è stata ritrovata sul canale Villoresi. Pezzotta lo ricorda come se fosse ieri. «Corro al ponte. Ci sono due macchine, quella di mia figlia e quella di Elisabetta, che è stata ritrovata inconsciente su una di essa.
L’automobile è bloccata tra i muri del ponte, volevano buttarla giù per inscenare un incidente. Ma si è incastrata, pensi lei il destino». Il maresciallo si avvicina a Pezzotta e gli chiede se conosce Andrea Volpe. «“Me l’ha ammazzata”. Ho detto proprio così, di schianto. È come se avessi capito tutto, subito. Non so come ho fatto».
Casa di riposo Bellini, Somma Lombardo, oggi. Silvio Pezzotta è il presidente – «a titolo gratuito» – di quest’opera dove ci si prende cura di anziani e disabili. Di tanto in tanto qualcuno di loro butta la testa dentro il suo ufficio per sapere come va. Lui scambia qualche battuta, qualche pacca sulle spalle, poi ricomincia, a fatica, a raccontare. Ciò che gli è successo lo ricorda in ogni minimo dettaglio.

«Dimenticare – dice – è impossibile. Però, vede, la sostanza di tutta questa vicenda è questa: dopo avere ricostruito tutti i particolari, sviscerato tutte le situazioni, attribuite le colpe, che cosa mi rimane? Io avevo una figlia, e ora non l’ho più. Nessuno potrà restituirmela. 
D’altro canto, una vita che era persa è stata recuperata. Io non ho fatto niente di speciale, non sono una persona eccezionale. Elisabetta aveva davanti a sé due strade. Una l’avrebbe condotta nel baratro, l’altra alla vetta. All’inizio c’era solo il desiderio di ricostruirsi: s’è messa a studiare, l’hanno aiutata, ne è uscita. Io non l’ho mai odiata, ho sempre sperato che ce la facesse.  Non ho fatto altro che darle la possibilità di ricominciare».

Non è la prima volta che Silvio Pezzotta rilascia dichiarazioni di questo tenore. I giornalisti gli chiedono sempre dove trovi la forza per perdonare. Parola difficile “perdono”, forse anche ambigua per come è comunemente intesa oggi. Quasi fosse uno sforzo titanico per rimuovere, cancellare, dimenticare. Ma per Pezzotta non è così. Non lo è, innanzitutto, perché tutta la sua vita passata e tutta la sua giornata attuale, è stata ed è un richiamo a vedere i limiti della natura umana. A Somma Lombardo, “il Pezzotta” lo conoscono tutti. Per anni è stato il presidente dei servizi sociali. Ha messo in piedi la rete di pulmini che, ogni giorno, accompagnano i bambini e i disabili a scuola. Ha creato l’assistenza domiciliare per i malati. Ha dato vita a una società ciclistica di handbike. Oggi guida la casa di cura, ma fino a ieri s’è dato da fare in mille altre attività a favore dei bisognosi. In paese tutti sanno che la porta di casa sua è sempre aperta. Lo sapeva anche Andrea Volpe, l’assassino di sua figlia, che proprio nella sua abitazione aveva più volte trovato conforto. 

Una volta, Pezzotta invitò i giornalisti impiccioni, che con troppa leggerezza manichea facevano seguire alla domanda sulla vendetta quella sul perdono, a guardare quella che era la sua quotidianità: «I problemi delle persone, le fragilità, le tante esperienze di vita durissima che ho conosciuto sono state illuminanti: c’è sempre qualcuno che sta peggio di te. Mi ha aiutato nella vita chi ha avuto più problemi».
«Io non posso dimenticare», dice oggi a Tempi. «Io, per vivere – sottolinea –, non posso dimenticare mia figlia. Ma perdonare significa ricordare tutto, senza censure. E poi, vuole saperla tutta? Non sono io che devo perdonare». Alza gli occhi al cielo. «C’è qualcuno lassù che ci indica la strada. Noi dobbiamo solo percorrerla».

«Abbiamo ucciso Mariangela»
Quando Elisabetta Ballarin conosce Andrea Volpe ha 14 anni. Sta vivendo un periodo turbolento della sua vita. I genitori non vanno d’accordo, lei si procura dei tagli sulle braccia per «non sentire il dolore che ho dentro». Lui ha 25 anni, è disoccupato, suona in un gruppo heavy metal, è tossicodipendente. In un bel documentario andato in onda due mesi fa sulla tv Svizzera, Elisabetta ha raccontato ad Anna Bernasconi che «dopo un paio di settimane che ci conoscevamo, Volpe mi aveva già infilato un ago nel braccio. Perché stava con me? Per la paghetta, per il sesso». I due conducono una vita da sbandati. Si fanno di cocaina, eroina, spesso di entrambe le sostanze mischiate insieme in una miscela tossica chiamata speedball. Sono alla perenne ricerca di soldi, vivono di espedienti. Quando lei compie 18 anni vanno a vivere a Golasecca in uno chalet di proprietà del padre di Elisabetta. È qui che avviene l’omicidio.

La sera del 23 gennaio 2004 Volpe telefona a Mariangela Pezzotta, sua ex fidanzata. Con una scusa la attira nello chalet, allontana Elisabetta, vuole chiederle dei soldi. I due iniziano a litigare. Lui estrae una pistola Smith&Wesson calibro 38, le spara in faccia. Elisabetta al processo dirà che, quando entrò in casa e vide Mariangela «in un lago di sangue», era sicura fosse morta. In realtà, appureranno le indagini, era ancora vitale. Questo fatto aggraverà poi la posizione di Elisabetta che aiuterà Volpe a spostare con una carriola il corpo dal soggiorno, in cui era avvenuta la sparatoria, alla serra, dove i due, fuori di sé, proveranno a seppellirla. In precedenza, 

Volpe aveva telefonato a un altro ragazzo, Nicola Sapone, chiedendogli di venire subito a Golasecca. Secondo quanto dichiarato da Volpe, sarebbe stato Sapone, con un colpo di badile, a colpire in volto Mariangela, prima di nasconderla sottoterra. Elisabetta ha sempre dichiarato che a colpire Mariangela con una pala è stato Volpe. Dopo l’omicidio, i due si fanno ancora di eroina, cocaina e tavor. Prendono le automobili e guidano fino al canale Villoresi, dove proveranno, senza riuscirci, a inscenare l’incidente. Quando li troveranno, i due straparlano di fantasmi. Ma quando la madre di Volpe chiederà a Elisabetta cosa è successo, lei avrà un lampo di sincera lucidità: «Abbiamo ucciso Mariangela», ammette. 

«Poteva essere mia figlia»
Mentre Elisabetta nei primi interrogatori cerca di difendere il fidanzato, Volpe confessa l’omicidio di Mariangela. Non solo. Racconta di aver partecipato, assieme ad altri, tra cui lo stesso Sapone, a una serie di assassinii avvenuti negli anni precedenti e fino ad allora irrisolti. Rivela dove si trovano i corpi di Fabio Tollis, 16 anni, e Chiara Marino, 17, sgozzati e sotterrati in una buca in un bosco di Mezzana Superiore, la notte del 17 gennaio 1988. 

Inizia il famoso processo alle “Bestie di Satana”, in cui finirà coinvolta anche Elisabetta, del tutto estranea a questi precedenti omicidi, ma condannata nel medesimo procedimento e diventata ben presto sui media, “la donna delle Bestie di Satana”. Il nome, ampiamente enfatizzato dai quotidiani, se lo è affibbiato lo stesso gruppo di ragazzi che condisce la passione per la musica metal con riferimenti satanici, messe nere, tatuaggi, croci rovesciate e richiami abborracciati a spiriti maligni. Il processo si concluderà con una serie di condanne per molti degli appartenenti alla setta, cui verrà imputata anche l’induzione al suicidio di un altro giovane, Andrea Bontade. Volpe, reo confesso, eviterà l’ergastolo e sarà condannato a 20 anni di carcere, Elisabetta a 23.

La tv Svizzera ha mostrato in un’immagine di repertorio una delle prime udienze in cui appare Elisabetta, giovanissima, espressione alienata, e Silvio Pezzotta. I loro sguardi si incrociano per un secondo. Pezzotta ricorda bene “quel” secondo. «Vedo lì questa ragazzina – dice a Tempi – e penso: che ci fa qui? Poi subito dopo: “Poteva esserci mia figlia, lì, adesso”». Questo è un sentimento che non lo ha mai abbandonato: «Volpe l’aveva presa quando era poco più che una bambina, vestita di nero, plagiata. La mia Mariangela, che non è mai caduta nella droga, era stata più forte, era riuscita ad un certo punto a staccarsi. Aveva aperto una sua attività, ma, purtroppo, lei era come me: se qualcuno le chiedeva aiuto, non sapeva dire di no».

Pezzotta è rimasto fedele a quella sua prima impressione su Elisabetta. Mentre sul caso si concentra l’interesse morboso dei media – ne parlano anche i grandi giornali internazionali, con la Bbc che arriva a definire gli omicidi il più cruento atto di sangue in Italia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale –, quest’uomo che pure, tra tutti, avrebbe i migliori motivi per chiedere vendetta, pronuncia sin dalle prime interviste parole inaudite. In un secondo incontro casuale tra i corridoi del tribunale, racconta Pezzotta a Tempi, «Elisabetta bofonchiò qualcosa di incomprensibile. Forse voleva scusarsi. Capii la situazione, le dissi di non preoccuparsi che non cercavo rivincite. È quasi banale ricordarlo, ma non si può vivere nel rancore».

Pezzotta, in tutti questi anni, non ha fatto altro che continuare a «percorrere la strada indicata», come dice lui. In un’intervista del 2006 ribadì che «scontata la pena, per Elisabetta la porta di casa Pezzotta è aperta». In lei, qualcosa, iniziò a cambiare. I primi tempi furono durissimi. Incarcerata nel penitenziario di Monza, visse due anni dormendo sul pavimento tra gli scarafaggi. «Ero impegnata solo a sopravvivere» ha detto alla tv Svizzera. E in un’altra intervista: «Ho lavato tutti i muri della mia cella, più volte. Meglio lavorare che stare fermi e pensare».

«La ricordo come un’adolescente ribelle, spaventata e un po’ sfrontata, non perfettamente consapevole di quel che le capitava», racconta a Tempi Francesca Cramis, sua avvocato. «Era una drogata plagiata da Volpe, la sua bambola. Ha dovuto soffrire molto per liberarsi dai suoi demoni. Ma la sua è stata un’evoluzione macroscopica, eccezionale, uno di quei casi in cui si può ben dire che il carcere non ha una funzione solo punitiva, ma, come dovrebbe essere, di recupero».

«Non la per-de-rò mai»
Elisabetta si buttò sui libri. Trasferita nella casa di reclusione di Verziano (Bs) ha cominciato un percorso che l’ha portata a laurearsi con lode, a godere di permessi diurni fuori dal carcere, a lavorare, a fare volontariato. Elisabetta è resuscitata non una ma tre volte, come lei stessa ha raccontato alla tv Svizzera: «Mi sono salvata tre volte: dalle droghe, da quella notte, dal carcere». Oggi, grazie all’aiuto del suo avvocato, degli operatori del penitenziario e di «persone migliori di me», è un’altra. «Se io sono qui e Mariangela no – ha spiegato –, allora devo meritarmela questa cosa. Devo dare un senso anche alla sua vita, che lei non ha potuto avere. Se io sprecassi questo grande dono che ho ricevuto non sarebbe solo uno smacco all’esistenza, alla mia famiglia e a chi ha creduto in me, ma a un livello più alto: sarebbe uno smacco al fatto che io ci sono. Se io sono qui, allora devo fare qualcosa di buono, anche per lei».

C’è una persona che, più di ogni altra, le è sempre stata accanto. Si tratta di Cristina Leonardoni, sua madre. La donna è morta un anno e mezzo fa, a 52 anni, in seguito ad un incidente domestico. Dal momento in cui la figlia è stata arrestata, racconta l’avvocato, «non l’ha mai abbandonata, mai. Una donna energica, vitale, che si è battuta come una tigre». Di lei, negli archivi dei giornali, rimangono pochissime parole. Di filmati video, ve ne è solo uno di pochi secondi, eppure assai significativo, relativo al giorno della lettura della sentenza di primo grado. Al giornalista che le chiedeva cosa provasse ad aver perso sua figlia, la donna rispose: «Perché dovrei averla persa? Ci sono tre gradi di giudizio». E poi dopo essersi allontanata stizzita, la si vede tornare quasi minacciosa verso il cronista per scandire grintosa: «Io, mia figlia, non la per-de-rò mai».

Pezzotta ha sempre stimato la caparbietà di questa donna che, come lui, si dava spesso da fare nel mondo cooperativistico locale. Lui, il padre della vittima, e lei, la madre dell’assassina, si guardavano e si capivano. Se non fosse successo, sarebbe stato impossibile. Eppure Pezzotta prima rinunciò alla causa civile («chiedere soldi mi sembrava squallido») e, poi, quando nel 2013 fu avanzata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la richiesta di grazia, non si oppose. «Comprendo che è difficile capire – dice a Tempi – ma in questo strano dialogo tra me ed Elisabetta, c’è un terzo: Mariangela. Non so dire perché è così. Ma è così».

Una foto. E una raccomandazione
Nel 2014, grazie all’impegno della madre, è stata istituita una borsa di studio per studenti meritevoli, il cui primo premio è stato assegnato proprio a Elisabetta. «Una sera – racconta Pezzotta – mi chiama l’avvocato e mi chiede se ho qualche remora. Dico di no, che non ho rancori. Poi mi chiedono se voglio essere io a consegnare la borsa a Elisabetta. All’inizio, dico la verità, ho barcollato. Poi, però, anche per tutto quello che aveva fatto sua madre, ho accettato. Ho posto come unica condizione che fosse fatta pubblicità all’evento solo a cose fatte. Non è stato facile per me. Non sono pentito, ma è stata dura. L’ho fatto perché sono convinto che mia figlia, da lassù, l’ha condiviso».

Di quell’incontro non rimane molto. Solo qualche foto, tra cui quella che vedete in questa pagina, di una ragazza coi capelli sciolti che, smessi i panni neri, quel giorno si è presentata in bianco. Di quel che si sono detti sappiamo solo quanto riferito da lei: «Mi ha ribadito che non vorrà mai sentire dire che mi sono fermata. Mi ha anche detto: “Voglio vederti andare avanti. E voglio vederti sempre sorridente”».
Tratto da Tempi

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