venerdì 16 gennaio 2015

«Io separata, dico no alla comunione ai risposati»

«La mia è una vita piena d’amore». Esordisce così Stefania Tanganelli, aretina di 53 anni, di fronte ad una tazzina di caffè. E ti spiazza subito col suo sorriso sereno: Stefania, il 25 marzo del 2001, è stata lasciata da suo marito dopo neppure 10 anni di matrimonio, con un figlio di quasi 8 anni da crescere e una vita intera davanti. «Mio marito non si è mai guardato indietro ed io ero sola e stordita e dopo un periodo di solitudine ho conosciuto un bravo ragazzo che aveva un progetto importante per me e mio figlio insieme a lui».
Contemporaneamente, Stefania inizia a frequentare di nuovo la parrocchia, dopo una lunga assenza, per garantire al figlio un’educazione cristiana. È qui che entra in scena il padre spirituale di Stefania, che dopo un po’ di tempo la mette di fronte alla verità: dovrà scegliere tra quel suo fidanzato e il Signore, non potrà continuare a ricevere l’Eucarestia vivendo nella sua nuova condizione.

E cosa è successo poi?

«Padre Gregorio (questo il nome del padre spirituale di Stefania, ndr) mi disse di pregare il Signore affinché mi facesse capire cosa fosse veramente importante per me. Mi consigliò di prendermi un mese di tempo e così feci, condividendo le sue indicazioni. Fu il mese più incredibile della mia vita. Ho potuto percepire nitidamente l’immensità dell’amore di Cristo, quasi il mio cuore non riusciva a contenere tanta grazia. A quel punto tutto è stato chiaro per me e con semplicità sono andata dal mio fidanzato e gli ho detto che sarei rimasta una sposa fedele e che sceglievo Gesù nella mia vita. Non potevamo più frequentarci. Corsi da padre Gregorio a comunicargli la mia scelta in confessione: uscì dal confessionale, mi abbracciò e si mise a piangere».

Una sposa fedele ad un marito che se ne va?

«Esatto. Fedele ad una promessa che ho fatto il giorno del mio matrimonio. Fedele al progetto di vita che abbiamo cominciato insieme. “Esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore”. Fin dal primo attimo del matrimonio sappiamo che il dolore può far parte della vita di coppia, ma neppure il dolore più straziante, nemmeno le spalle girate del tuo sposo possono spezzare quel vincolo reso sacro dal Sacramento. Perché quel Sacramento è molto di più dell’amore umano, lì c’è Gesù che si lega ai due sposi in modo stabile ed indissolubile». 

E se sono i due sposi a non essere più fisicamente insieme?

«Gesù resta. È in virtù di ciò, di questa presenza particolare e potente, che si comprende appieno l’identità del separato cristiano. Gesù sparisce quando ci si separa? No. Spariscono tante persone nel momento della difficoltà, tanti cosiddetti amici, ma posso dire per esperienza personale che il Cristo delle nozze è con me. E con Cristo resta l’amore, perché l’amore vero dura per sempre: tu te ne puoi andare, ma non per questo io non ti amo più».

La tua storia, per coloro che non sanno leggerla nella prospettiva soprannaturale, non ha senso: è una storia di inutile sofferenza. O addirittura, in una falsa prospettiva di fede, c’è chi potrebbe dirti che quello che hai deciso di vivere non è ciò che il Signore vuole da te. Cosa ti senti di rispondere loro?

«Non esiste una vita familiare immune dalla sofferenza. Sicuramente la mia vita è una vita anche di sofferenza, ma io vivo nella verità e questo è quello che conta. Noi dobbiamo essere testimoni di questa gioia, della gioia di Cristo, della gioia della verità. A tutti io mi sento di dire che questa gioia nessuno può portarmela via, questa grande grazia che si è manifestata nella mia vita, oggi così bella e così piena, non può essere offuscata da nulla e da nessuno. Dobbiamo dire a chi vive situazioni simili alla mia: il Signore non vi lascia soli, fidatevi di Lui».

In occasione del recente Sinodo sulla famiglia, che si concluderà quest’anno, si è a tratti respirato un clima che parrebbe contrastare con queste tue certezze. Cosa hai provato?

«Nulla e nessuno, lo ripeto, potrà privarmi di questa forte e certa presenza di Gesù nella mia vita. Credo e spero, e per questo prego, che la dottrina della Chiesa in tema di separati risposati non muti. Cambiare significherebbe di colpo minare le fondamenta di tre Sacramenti: matrimonio, confessione, Eucarestia. Il ”fedele sempre” della formula del matrimonio dovrebbe cambiare, ciò che oggi è peccato cesserebbe di esserlo e il Corpo di Cristo veramente presente nell’ostia consacrata sarebbe svenduto. Forse qualche crepa si è aperta e sarà difficile riparare il danno, ma io continuerò a essere testimone del fatto che quello che al mondo sembra impossibile, con Cristo diventa non solo possibile, ma meraviglioso. La mia condizione la vivo nella carne: una vita di continenza sessuale, di disciplina, è quanto di più lontano da quello che ti propone il pensiero dominante e non è certo semplice. Eppure la castità, se vissuta come dono, come regalo a Gesù, diventa giogo soave».

Per questo ti sei dotata di una tua regola di vita scritta.

«Ho sentito questo bisogno nel 2012, ho percepito che dovevo fare una cosa del genere durante un pellegrinaggio a Medjugorje. Con l’aiuto di padre Gregorio ho elaborato alcuni punti fondamentali. Castità, fuggire le tentazioni: a un cuore puro corrisponde sempre un corpo puro. Amore per il mio sposo che si concretizza in preghiera quotidiana per lui e per la mia famiglia. Obbedienza: vivere ogni giorno la verità del Vangelo, arrendersi a Cristo, piegare la mia volontà. Povertà: vivere con gratitudine del mio lavoro nell’uso opportunamente distaccato dei beni materiali. Adorazione eucaristica quando possibile, Santa Messa quotidiana, confessione mensile. Servizio alla Chiesa nella forma del servizio alla famiglia sofferente e impegno a vivere la vocazione di madre con dedizione totale. Sono questi gli ingredienti della mia regola». 

Una regola che poi è diventata la base per qualcosa che va oltre la tua storia personale.

«Nel 2008 avevo conosciuto un gruppo di sposi separati provenienti da tutta Italia, che vivevano come me la fedeltà al matrimonio. La loro guida era – ed è ancora oggi – monsignor Renzo Bonetti, che fino al 2009 è stato direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della Cei e Consultore Pontificio per la Famiglia. A partire dalla primavera del 2012 questo gruppo ha maturato l’idea di costituire una vera e propria fraternità, che oggi si chiama “Associazione fraternità sposi per sempre”. L’obiettivo non è quello di sopravvivere a un dolore, ma di vivere in pienezza il proprio cammino di santità. Il tutto al servizio della Chiesa, testimoni in carne ed ossa che la fedeltà al matrimonio è possibile anche se l’amore non è più ricambiato dal tuo coniuge. La nostra associazione è inserita nel più ampio progetto di Mistero Grande (www.misterogrande.org), che nasce dal desiderio comune e condiviso di alcune coppie di sposi cristiani di esprimere la loro identità più vera nella bellezza del matrimonio. La mia regola ha solo codificato quello che esisteva già nell’animo di tante persone come me».

Di tutto questo, dicevi, fa parte anche l’amore per i figli. Molto importante nella tua vita è anche l’educazione che hai voluto dare a tuo figlio e il contatto quotidiano con tante storie di bambini e adolescenti vittime della separazione dei propri genitori. Forse ci dimentichiamo che sono anche loro a soffrire immensamente a seguito della fine dei matrimoni?

«Io non posso dimenticarmene perché ho visto il trauma subito da mio figlio. Ma l’impressione è proprio quella: addirittura si è arrivati a dire che l’approvazione di una legge sul divorzio breve serve anche ad alleviare il dolore dei figli. Ci si dimentica invece che per loro la vera sofferenza inizia dal momento in cui i genitori si separano definitivamente. E io posso testimoniarlo perché oggi mi trovo ad ascoltare molte persone che vivono nella mia stessa condizione e i cui figli hanno avuto molti problemi a scuola, nella vita affettiva, nell’esistenza quotidiana. Su questo argomento, anche in occasione del Sinodo, non si sono spese parole sufficienti. Che ne sarà di quei figli i cui genitori si sono fatti una seconda famiglia? Come potrebbero reagire alla “normalizzazione” di un secondo matrimonio? Sono questioni che dovrebbero consigliare prudenza sia in senso ecclesiale che laico».

Si sta correndo troppo velocemente senza una vera meta?

«Il rischio è grande. Si sta giocando con la famiglia. Se la Chiesa vorrà aprire all’accesso ai sacramenti per i risposati, cosa avrà poi da dire alle famiglie che vivono con impegno e sacrificio un matrimonio fedele? Se lo Stato demolisce la struttura portante della società, quale futuro ci attende?».  

Però la tua storia, la tua vita attuale, la tua presenza, la tua attività al servizio delle famiglie in difficoltà comunicano speranza, a dispetto di uno scenario non proprio incoraggiante.

«Potrebbe essere diversamente? L’ho già detto: Gesù è sempre con me, è sempre con noi se lo vogliamo, se Gli facciamo spazio nel nostro cuore. È la gioia di vivere e testimoniare la Verità. Consentimi di ripeterlo: il Signore ci vuole felici, ci dà la pace vera, che non è la pace del mondo. Ci tratta con misericordia, una misericordia vera, che è quella che ha usato con l’adultera: “Neppure io ti condanno, va’ e non peccare più». 

 di Lorenzo Schoepflin Tratto da La Nuova Bussola Quotidiana

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