giovedì 11 settembre 2014

Genoveffa e i suoi mille figli

Alcuni studiosi l’hanno definita una delle esperienze più riuscite della storia dell’antropologia. Per i teologi, invece, si tratta di un modello di vera evangelizzazione. Di sicuro – quella delle missionarie Genoveffa e le sue consorelle – è una storia che sembra uscire direttamente dalla penna di Gabriel Garcia Marquez.


Siamo in Brasile, nella giungla del Mato Grosso. Tra le varie tribù che abitano questa zona minacciata dalla deforestazione c’è anche quella dei Tapirapé. Quando Genoveffa – meglio conosciuta come Veva – arriva in missione tra di loro è il 1952. E trova una tribù ridotta male, molto male: a un passo dall’estinzione. Una cinquantina i membri rimasti, perlopiù uomini.

Il declino era iniziato nel 1909. Le malattie portate dai bianchi – influenza, febbre gialla, vaiolo – iniziano lo sterminio. Nel 1935, dai 2000 che erano, sono già ridotti a 135. Al resto, ci pensano le guerre con le tribù vicine.
Dice il capo villaggio quasi in lacrime a Veva e alle sue compagne, poco dopo il loro arrivo: “La terra vale, i pesci valgono, il legno vale, solo noi Tapirapé non valiamo niente”. Non sa, tuttavia, che il motto della fondatrice della comunità delle “Sorelle di Gesù” è proprio: “Andare tra i dimenticati, tra gli scomparsi, tra quelli per cui nessuno ha interesse”.

L’arrivo di Veva, Clara e Denise costituisce uno spartiacque nella sfortunata storia dei Tapirapé. Un prima e un dopo.
Da subito, l’obbiettivo delle missionarie è stato quello di vivere come loro, mangiando lo stesso cibo e seguendo lo stesso stile di vita. E grazie al loro lavoro, un mix di cure e prevenzione delle malattie, la mortalità viene ben presto ridotta, fino ad essere poi quasi sradicata. Il tutto, sempre rispettando il modo di essere dei Tapirapé, che grazie all’impegno delle sorelle oggi sono tornati a contare un migliaio di membri.

Veva, unica tra tutte le missionarie, non uscì mai più dal villaggio. Nata in Francia nel 1923, capelli bianchi e lisci, aspetto fragile, si svegliava ogni giorno prima dell’alba per curare l’orticello dietro le case di fango secco e canne del villaggio.

Veva non uscì mai più dal villaggio e nel villaggio si è spenta all’età di 90 anni. Il dolore della “sua” gente è stato enorme, come se a morire fosse stata un po’ la madre di tutti loro. Pianti e lamenti e canti funebri ritmati con i passi sono proseguiti ininterrotti per due giorni interi, notte compresa. E’ stata sepolta secondo il rito Tapirapé: nella casa in cui abitava, su un’amaca ricoperta di terra raccolta dalle donne e poi bagnata perché diventasse fango secco, in una cerimonia accompagnata da canti. Da quel momento, su quella stessa amaca in cui dormiva in vita, il corpo di Genoveffa riposa tra quelli che ha scelto perché fossero il suo popolo.

E c’è già chi paragona la sua storia a quella di Madre Teresa di Calcutta. In effetti, l’accostamento sembra calzante, se non altro per l’approccio adottato dalle due donne: avvicinarsi al “diverso” per convivere con lui, conoscerlo e valorizzare la sua diversa cultura e religione. Non solo per parlagli dell’amore di Dio, ma per essere, diventare quello stesso amore. Perché si sa, l’esempio vale sempre più di mille parole.

di Andrea Bonzo tratto da Aleteia

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