lunedì 28 aprile 2014

Tra le sbarre il fiore del perdono - «Nell’abisso del male il vangelo mi ha ridato luce»

Tre cappellani di tre carceri del Nord e del Sud. E le loro tre storie di perdono. Storie di morte e risurre­zione, storie nate del dolore e nell’ingiustizia che poi, a poco a poco, sanno aprirsi alla speranza. 
Percorsi mai facili, spesso tortuosi, sempre dolorosi. Perché per­donare gli altri, per un cuore generoso ed educato, è dif­ficile ma non impossibile: accade.
Più arduo è 'perdona­re' Dio, quando lo si 'prega' con la preghiera straziante di chi gli urla la propria rabbia, come fa il protagonista del­la storia narrata da don Virginio Balducchi: «Perché ha permesso che uccidessi? Perché non mi ha fermato?». La pace è assai più difficile, quando deve fare i conti con il dono più meraviglioso e terribile di Dio all’uomo: la libertà. Ma difficilissimo, quasi impossibile è perdonare se stessi, riconciliarsi con il proprio passato. Terribile è il perdono – per il protagonista della storia narrata da don Marco Pozza – da negare o concedere a tua madre che ti ha ab­bandonato accanto a un cassonetto a quindici giorni di vita, condannandoti a un’esistenza a metà, ad affetti am­putati, a un cuore zoppo. E difficile, a volte, è per le istitu­zioni fidarsi, accettando che 'criminali incalliti' decida­no per un diverso futuro, come i detenuti della sezione d’alta sicurezza della storia narrata da don Raffaele Sar­no. Quando però il perdono zampilla, la festa è immen­sa. 
Chiamiamola Pasqua...


«Neanche Dio mi può perdonare». Ricordo bene le sue parole ai nostri primi incontri. Lui, gio­vanissimo omicida della persona a cui voleva più bene. «Perché l’ho fatto? Perché Dio ha permesso che lo facessi?». Era il suo duello con se stesso e con Dio, il cor­po a corpo di un ragazzo di 23 anni che aspetta una con­danna severa e lunga e si domanda che senso possa ave­re, di lì in poi, la sua vita. «Meglio morire...».

Dopo qualche mese, proprio in un momento in cui forte, urgente, straziante era la domanda «che ne sarà di me?», pensai che fosse il momento giusto: «Prova a leggere il Vangelo di Luca – gli dissi – senza pretendere di capire tut­to subito». Da lì in poi il rapporto tra noi divenne più per­sonale. 
Dopo otto mesi fu pronto per il sacramento della  riconciliazione. Partecipava alla catechesi, a messa face­va  il lettore, pregava tutti i giorni.

È una storia di molti anni fa. Oggi è fuori, libero. Il Signo­re gli ha fatto comprendere che la sua vita poteva ancora avere un senso. È riuscito nell’impresa di perdonare se stesso, nonostante il suo passato, con il suo peso da reg­gere, sia sempre lì,. Ma adesso sente che Dio lo accompa­gna, lo aiuta a reggere quel peso, gli permette di vivere. 
Avrebbe desiderato ricevere il perdono della famiglia del­la ragazza. Ha provato a cercare un contatto. Ma non gli è stato concesso. La ferita è ancora troppo dolorosa. Ma for­se, 
un giorno... 
(Storia raccontata da don Virginio Balducchi, Roma) tratto da Avvenire

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