venerdì 4 aprile 2014

Divorziati risposati? Sposare la Chiesa e Dio, prima di chiunque altro.

di Giorgia Petrini

Sulla questione dei divorziati risposati ho resistito finora con la lingua in tempesta, trattenuta a fatica da un’ermetica scelta di privacy, lo ammetto, ma poi il silenzio per una donna, si sa, è una battaglia persa.
La parola, deliberatamente incontinente, la vince pure sulla “vita privata”, quindi parlo, chiedendo subito perdono a chi mi leggerà per le tante imprecisioni tecniche, teologiche o stilistiche che, da recente convertita, non renderanno di sicuro conforme e corretto il mio linguaggio, rispetto a quello che la Chiesa sapientemente è in grado di esprimere, secondo magistero. Lo faccio per due motivi:

1) mi sento chiamata in causa da cattolica fervente e quotidiana praticante, sempre in cammino, o meglio dire in perpetua “ginnastica correttiva”;

2) sono innamorata del mio “futuro fidanzato” (separato, non divorziato).

Mentre non ho dubbi sul fatto che abbiate capito il punto 1, sono certa che non siate in grado di decriptare il punto 2. Ne sono certa perché se oggi una donna venisse a dirmi che è innamorata di un uomo separato, che attende l’esito di un procedimento di nullità di matrimonio, e che per questo ha scelto – di comune accordo con lui – di vivere quest’attesa in obbedienza, in castità e in amicizia, senza nessuna “garanzia”, sperando un giorno (forse, chissà) di poter accogliere prima un fidanzamento e poi un matrimonio cristiano, io dovrei raccogliere la mia mandibola, caduta in terra. Se poi mi dicesse anche che non ha la più pallida idea di quanto tempo ci vorrà (non poco, pare), che ha quasi quarant’anni e vorrebbe avere tanti figli, che lo fa perché crede che la Chiesa esprima
la volontà di Dio e perché al Signore sta affidando questa scelta, come tutta la sua vita, io dovrei raccogliere anche la mascella, caduta in terra come la mandibola. Se, a questo punto, malgrado lo spettacolo di avere davanti una “tipa strana” senza più mandibola e mascella non sarebbe un
belvedere, mi dicesse anche che, di comune accordo e in Grazia di Dio, hanno affidato questa scelta al Signore, attraverso l’eucarestia quotidiana e il rosario delle 8 di mattina, senza dubbio mi cadrebbe pure il naso. E, a questo punto, sfido chiunque a dire che non ci voglia un particolare coraggio per restare inermi di fronte a una donna che raccoglie tutti i pezzi della sua faccia, caduti in terra. O dice la verità e lo fa perché ci crede, oppure è impazzita e non sa quello che dice. Tante mie vecchie conoscenze opterebbero sicuramente per la seconda, lo so, ringrazio e saluto. Ma a me oggi interessa solo ciò che al Signore piace (“Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” Rm 12, 2). Farlo contento, vivendo il Vangelo, anche così, è la strada che ho scelto di percorrere, se Dio vorrà, per andare in Paradiso passando per la porta stretta.

Ora, capisco che il tema dei sacramenti concessi o meno ai divorziati risposati (civilmente) abbia a che fare con tante persone e possa essere una condizione che suscita interesse cristiano popolare, mediatico e sociale, e che la Chiesa debba necessariamente prenderne atto e parlarne. Ma io (la donna che racconta di cui sopra alla tipa buffa con la faccia a terra), vivendo in prima persona questa circostanza, attraverso una scelta radicale e condivisa, “perfettamente conforme alla norma attuale” direbbe il mondo, credo che il vero tema non sia questo. Il matrimonio cristiano è un sacramento, come lo è l’eucaristia. La questione non è legata secondo me al fatto di celebrare un rito in Chiesa (falso desiderio, spesso “di costume”), ma di credere profondamente e per l’eternità che due persone possano vivere la loro unione, eterna e indissolubile, unicamente in Grazia di Dio, con Cristo (e quindi la Chiesa) al centro del sacramento più importante. Un matrimonio civile è un’altra cosa, è diverso. Non è un’alleanza, un cammino nel deserto fatto insieme, ma un “accordo a tavolino” che due persone scelgono consapevolmente di fare così, e non in un altro modo. Non crede in ciò che lo prescinde, ma nella volontà di chi sceglie di rimanere (o meno) insieme. E’ chiaro che lo dice una che oggi avrebbe non poche difficoltà ad unirsi in matrimonio ad un uomo che non crede, o è di altra religione, per motivi che non trovano abbastanza spazio in questa narrazione.

Non si può credere in Dio se non si crede nella Chiesa, Papa Francesco lo dice continuamente, lo scrive chiaramente anche nel suo libro “Aprite la mente al vostro cuore”, che ho letto e recensito (e vi consiglio). Non si può essere cattolici “fai da te” se non ci si affida a chi, in questo nostro pellegrinaggio, è espressione diretta della volontà di Dio. Questo è “avere fede”, io credo. Questa è la Grazia più grande che va chiesta al Signore: poter accogliere, secondo i precetti del Vangelo e la guida dei nostri Padri, ciò che secondo la Chiesa (ovvero, secondo Dio) “è meglio per noi”. La vera battaglia da fare, secondo me, non si esprime dunque nel curare un sintomo, consentendo ai divorziati risposati (civilmente) di riaccostarsi alla comunione, ma, da un lato, nel prevenire la causa all’origine di tanti fallimenti preparando e seguendo meglio due fidanzati che scelgano di vivere assieme l’esperienza indissolubile del matrimonio cristiano, e dall’altro lato nell’educare i cattolici (separati, abbandonati, non ancora divorziati, casi nient’affatto uguali tra di loro) a seguire una scelta di reale ricerca della verità, con fede e con fiducia, attraverso l’avvio di un procedimento di nullità, ove vi siano le condizioni per farlo. Questo già la direbbe lunga perché, se è presumibile che esistano dei capi atti a dichiarare nullo un matrimonio, ma per scelta si preferisce la via civile, forse la domanda sull’accostarsi o meno alla comunione non avrebbe nemmeno senso di essere posta, prima di rinnovare un più profondo “rapporto diretto” con il Signore. Del resto, io credo che un cattolico, se è veramente tale, prima di tornare ad unirsi a Dio, attraverso l’eucaristia, se intende risposarsi e crede nel matrimonio cristiano, non “si accontenti” di risposarsi civilmente. Se lo fa per “ignoranza della materia” bisogna aiutarlo e accoglierlo, come la Chiesa fa già; se lo fa consapevolmente ed è una scelta cum grano salis, allora forse c’è da andare a fondo, per capire se è una scelta di fretta, di comodo, di convenienza o di altro tipo. I motivi potrebbero essere tanti e, anche in questo caso, non trovano sufficiente spazio in questa narrazione.

Detto che Maria di Nazareth, Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Giacobbe e Rachele sono gli esempi che ci danno ogni giorno la forza, la fede e il coraggio di credere che davvero “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37), nei quarant’anni di deserto che stiamo attraversando insieme, per aver fatto una scelta tanto aderente al Vangelo e a ciò di cui oggi la Chiesa ci chiede di essere testimoni viventi, attraverso un viaggio che proprio questa Chiesa ci aiuta a fare, abbiamo già ricevuto infinite Grazie. Perché Dio è così: se tu lo fai contento, lui “sbraga” senza riserve. Il bello è che spesso lo fa anche (o sempre) quando non ci meritiamo niente. Ed è lì che lo si incontra veramente.

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