lunedì 31 marzo 2014

Nella solitudine una voce amica

di Madre Anna Maria Canopi Abbadessa del Monastero "Mater Ecclesiae" Isola San Giulio (NO)

Tre croci sul Calvario sorreggono tre uomini condannati alla morte più umiliante e atroce. Al centro l'Innocente, ai lati due malfattori. Ladri? Sediziosi? Non ha importanza. La morte li uguaglia. Ma quello che sta al centro ha una dignità incomparabile, pur ricoperto di sangue per la flagellazione e le percosse prima ricevute.

Gesù il nazareno non grida, non impreca: guarda il cielo, implora il Padre per quelli che non sanno quanto grande sia la loro ignoranza: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). E’ una tragedia che continua in ogni parte del mondo, sui patiboli visibili e invisibili; sui colli elevati e in sotterranei. 
Ma perché nella sua morte infame il Figlio di Dio ha voluto essere in compagnia di altri uomini, e proprio dei peggiori tra gli uomini? Egli, venuto per essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi, doveva scendere fino in fondo nell’esperienza dell’umana miseria e dell’umana desolazione. Sì doveva giungere fino a gridare come uomo da tutti abbandonato, anche da Dio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2; cf. Mt 26,46). Ed è proprio questo grido che colpisce i due altri crocifissi: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi” (Lc 23,39), dice uno con sarcasmo, sapendo quale era il motivo della condanna di Gesù. 
L’altro, invece, riconosce l’innocenza del Maestro Nazareno e, riconoscendosi colpevole, si rivolge a Lui, dicendo: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42). Bellissima preghiera ispirata dall’Alto!  Nell’ora in cui Gesù si sente abbandonato persino dal Padre, un ladro lo chiama per nome, come si chiama un amico e gli parla del suo regno, mostrando così di credere che egli, pur deriso, oltraggiato e crocifisso, è veramente Salvatore e Re. 
E in questo re umiliato e misconosciuto egli pone tutta la sua fiducia, con umiltà e abbandono; non avanza pretese, non manifesta risentimenti e ribellioni, ma si affida totalmente alla sua bontà misericordiosa e lo supplica dicendo: ricordati di me, come il Salmista, come tanti poveri che, nell’ora della prova, solo in Dio trovano rifugio e forza: “Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza” (Sal 105,4).
Stando accanto a Gesù sulla croce, uno dei ladri, ascoltando quello che egli diceva, credette nella sua identità di Figlio di Dio. Nell’ora in cui i discepoli di Gesù si disperdevano per paura e vacillavano nella fede, pur avendo ascoltato la sua Parola di vita e pur avendolo visto compiere tanti miracoli, ecco che un condannato a morte, un malfattore, credette e –con Maria che stava ai piedi della croce- mantenne accesa la lampada della fede nelle tenebre del Venerdì santo. Una tale fede –commenta sant’Agostino- è già il primo frutto della Passione di Cristo: “Fede grande! A tale fede non saprei che cosa si possa aggiungere… Quando i discepoli vacillarono, lui credette. Che bel frutto trasse Cristo da quel legno secco!” (Discorso 232,6).
Una tale fede commosse ancora una volta il cuore di Gesù, come lo aveva commosso la fede della donna Cananea (cfr Mt 15,21-28), e subito rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso” (Lc 23,43).Mentre il ladro aveva chiesto un “ricordo” per un futuro indeterminato, per un domani forse lontano, egli promette un premio per l’oggi: “Tu –sembra dirgli- hai forzato la porta del regno dei cieli, hai fatto violenza con la tua fede e te lo sei accaparrato. Non rinvio a più tardi la ricompensa, concedo oggi stesso quanto devo alla tua fede straordinaria”.
La salvezza sperata per un tempo futuro viene garantita oggi con sovrana autorità. La promessa di Gesù, rafforzata dall’uso dell’espressione “in verità”, equivale all’Amen che ha valore di eternità. Il ladro appoggia la propria vita sulla salda roccia che è il Cristo.
Ecco, dunque, come un malfattore diventa in extremis un santo e viene ricordato e venerato dalla Chiesa. Egli entra con Gesù nell’oggi della salvezza, è accolto nelle braccia del Padre celeste insieme al Figlio diletto mandato come Fratello primogenito a riscattare i fratelli!
L’oggi della salvezza portata da Gesù riguarda tutta l’estensione del tempo. In esso viene riscattato il passato con il perdono, è ricolmato il presente con la grazia divina ed è aperto il futuro con la speranza di “una vita veramente viva” con Lui in Paradiso. Per questo, infatti, Egli si è fatto uomo ed è venuto ad abitare con noi, per renderci idonei ad abitare per sempre con Lui nel suo Regno. 
Ogni giorno noi tutti, in vario modo crocifissi con Cristo, possiamo fare l’esperienza dell’evento di salvezza toccato al buon ladrone, l’esperienza di passare dalla croce al Regno della vita e della gioia senza fine. Tutto dipende da come ci poniamo davanti alle nostre croci. Di nessuno dei due ladroni il Vangelo indica il nome, perché il loro nome è il nostro nome e noi, come loro, dobbiamo scegliere come guardare al Crocifisso che sta al centro della nostra vita e delle nostre scelte.
Saper valorizzare le croci quotidiane e le molteplici prove dell’esistenza umana è frutto di una sapienza che viene dall’Alto e che Dio dona agli umili e ai miti di cuore, a chi crede che l’Innocente è venuto ad aprirci la porta  del Paradiso pagando con il suo Sangue il riscatto delle nostre colpe. Il buon ladrone ha avuto questa fede semplice, e così, come dice con fine umorismo san Pietro Crisologo, fu talmente abile nel suo mestiere che “in punto di morte rapì il perdono, si impadronì della vita, scassinò il Paradiso e irruppe nel Regno!” (Disc. 167). Un bell’esempio da non dimenticare! Dove più fitte sono le tenebre della paura e della morte, più luminoso brilla un raggio di luce e di speranza.


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