martedì 20 agosto 2013

Storie di cristiani perseguitati. I cinquanta di Seekaew che non bevvero l’acqua sacra

La notte è ormai fonda quando i dodici capifamiglia raggiungono alla spicciolata la capanna di Sakien. Il vecchio contadino li attende accovacciato sulla stuoia davanti a un vaso di terracotta colmo di vino di riso; man nano che gli ospiti entrano offre loro una paglia per bere dal recipiente comune.
Nessuno parla. Il silenzio e il buio avvolgono gesti e persone. Fuori dalla baracca Dong, la moglie, finge di bollire l’acqua per il riso su un piccolo fuoco. La tremula luce delle fiamme filtra tra le fessure delle pareti di bambù e illumina di ombre i volti dei presenti.

Una volta che tutti hanno preso posto e bevuto il loro lao hai il padrone di casa prende la parola a voce bassa: «Domani ci obbligheranno a partecipare all’antico rito dell’acqua sacra, ci chiederanno di berla e di firmare una carta. Se non lo faremo, bruceranno le nostre case e ci cacceranno. Dobbiamo prendere una decisione questa sera su come comportarci. Dobbiamo prenderla insieme per poterci far forza l’un l’altro se le cose dovessero mettersi al peggio».

Nessuno dei presenti riesce a rispondere, rimangono tutti con il capo chino senza avere il coraggio di guardarsi. Si ode solo il grufolare dei maiali nel recinto e l’ululare del cane dei vicini. 
Il primo a farsi coraggio è Visay. «Questa volta non riusciremo a prendere tempo» dice. «Mio figlio ha sentito gli anziani dire che quella di domani sarà per noi l’ultima possibilità. Del resto le loro intenzioni sono chiare: oggi hanno distrutto la nostra chiesa. Questa volta faranno sul serio». Gli altri annuiscono pensierosi.

Interviene Lamnao:
«Perdonate, fratelli, la mia poca fede, ma io dico: cosa ci importa di quello stupido rito? Beviamo quella dannata acqua e facciamoli contenti. Nessuno ci può impedire di continuare a credere nel Signore Gesù nel nostro cuore. Non abbiamo solo il dovere di professare la nostra fede, noi tutti abbiamo anche l’obbligo di provvedere alle nostre famiglie. Che ne sarà di loro e di noi se verremo cacciati? Dove vivremo? Cosa mangeremo? I tempi sono avversi, dobbiamo imparare ad essere scaltri come i nostri nemici. Pieghiamoci e conserviamo la fede nella nostra anima e nelle nostre famiglie per poterla annunciare apertamente quando le cose miglioreranno. Se i cristiani muoiono, muore il cristianesimo. Le piante della foresta non si metteranno certo a proclamare la parola di Dio una volta che noi saremo morti. A cosa serve sacrificarci?».

Il discorso di Lamnao turba il cuore di tutti e gli sguardi si volgono verso Sakien, in attesa. Il vecchio contadino tira un lungo sorso di lao hai poi riprende:
«Io non so cosa accadrà domani, se ci cacceranno, se ci uccideranno o se tutto il villaggio si convertirà a Nostro Signore in virtù della nostra testimonianza. Non so nemmeno se troveremo di che vivere qui o altrove. Tutto quello che so è che Gesù è morto e risorto anche per me e che l’unico posto in cui la mia vita è al sicuro è accanto a Lui. Per questo domani io affronterò gli anziani e non berrò l’acqua sacra. Chi ha figli, però, è giusto che si preoccupi per loro. È meglio allora che quelli che hanno famiglia fuggano questa notte stessa. Andate lontano da qui, cercate un luogo dove costruire un nuovo villaggio e una nuova chiesa. La foresta è grande. Il Signore si prenderà cura delle vostre vite. Se qualcuno, invece, preferisce bere l’acqua e firmare la carta, lo faccia pure. Posso capire cosa lo spinge e non lo condanno. Solo Dio vede nel cuore dell’uomo».

Alle parole di Sakien gli uomini iniziano a parlottare tra loro in piccoli gruppi ma il brusio delle discussioni rischia di risvegliare la gente delle capanne intorno, così l’uomo invita tutti, con ampi gesti, a ritornare alle proprie abitazioni in silenzio. Ad uno ad uno se ne vanno dopo un breve inchino. Sakien, rimasto solo, esce dalla capanna e raggiunge la moglie che sta ancora armeggiando con il fuoco, le posa una mano sulla spalla: «Vieni, andiamo a dormire» dice. «Se ne sono andati».
Dong rovescia la pentola d’acqua sul focolare, si rialza e domanda: «Cosa faranno?».
«Non lo so» risponde il vecchio.
«Noi sappiamo cosa fare» dice la donna rientrando in casa.

Novembre 2012. Tredici famiglie cristiane, 50 persone in tutto, del villaggio laotiano di Seekaew (provincia di Savannakhet) vengono ripetutamente invitate dagli anziani a bere “acqua sacra” secondo un antico rito tribale e a sottoscrivere una dichiarazione di abiura. Tutti i cristiani si rifiutano di tornare all’animismo e perdono il diritto di residenza nel proprio villaggio dal quale vengono cacciati.
Agosto 14, 2013 Franco Molon tratto da Tempi.it



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