lunedì 8 luglio 2013

La fede: una luce per l'uomo del nostro tempo

PRESENTAZIONE DELL'ENCICLICA LUMEN FIDEI

"Cari fratelli e sorelle,
come sapete, due giorni fa è stata pubblicata la Lettera Enciclica sul tema della fede, intitolata Lumen fidei, "la luce della fede". Per l’Anno della fede, il Papa Benedetto XVI aveva iniziato questa Enciclica, che fa seguito a quelle sulla carità e sulla speranza.
Io ho raccolto questo bel lavoro e l’ho portato a termine. Lo offro con gioia a tutto il Popolo di Dio: tutti infatti, specialmente oggi, abbiamo bisogno di andare all'essenziale della fede cristiana, di approfondirla e di confrontarla con le problematiche attuali. Ma penso che questa Enciclica, almeno in alcune parti, può essere utile anche a chi è alla ricerca di Dio e del senso della vita. La metto nelle mani di Maria, icona perfetta della fede, perché possa portare quei frutti che il Signore vuole".  (Angelus di domenica 7 luglio 2013)

Un enciclica che è un autentico passaggio di consegne tra il Papa emerito e il Pontefice in carica. Lumen fidei (La luce della fede) avrebbe completato la trilogia di Benedetto XVI sulle virtù teologali, iniziata con la carità (Deus caritas est, 2006) e proseguita la speranza (Spes salvi, 2007).

L’opera, quasi pronta al momento della rinuncia al pontificato da parte di papa Ratzinger, è stata completata da ulteriori contributi del suo successore, diventando così, di fatto, la prima enciclica scritta a quattro mani da due papi.

La prima enciclica firmata da papa Francesco si compone di quattro capitoli e sessanta paragrafi, che includono un’introduzione e una conclusione.

Nell’Introduzione (n°1-7) sono illustrate le motivazioni dell’Enciclica, a partire dalla capacità della fede di illuminare l’esistenza dell’uomo, aiutandolo a distinguere il bene dal male e a distoglierlo dalla visione ideologica che considera la fede un ‘salto nel vuoto’, che impedisce la libertà dell’uomo.

L’Enciclica si sofferma poi brevemente sull’Anno della Fede, la cui apertura è coincisa, lo scorso 11 ottobre, con il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, il quale fu proprio “un Concilio sulla fede”, in quanto “ci ha invitato a rimettere al centro del­la nostra vita ecclesiale e personale il primato di Dio in Cristo”.

La fede non è quindi un presupposto scontato ma è in grado di illuminare ogni ambito dell’esistenza dell’uomo. È nella fede che rifulge l’amore di Dio che “ci trasforma, illumina il cammino del fu­turo, e fa crescere in noi le ali della speranza per percorrerlo con gioia”.

Nel primo capitolo (n°8-22), intitolato Abbiamo creduto all’amore (1Gv 4, 16), la fede è spiegata come “ascolto” della Parola di Dio, come “chiamata” ad una vita nuova e come “promessa” per il futuro. La fede è anche connotata dalla “paternità” di Dio, sorgente di bontà ed origine e sostegno di tutto.

Nella storia di Israele, in antitesi alla fede, c’è l’idolatria che disperde l’uomo in una miriade di desideri e lo “disintegra nei mille istanti della sua storia”, negandogli l’attesa della promessa. La fede è tutt’altro: essa è in primo luogo affidamento alla misericordia di Dio, che ama, accoglie, perdona e raddrizza “le storture della storia”.

Nella contemplazione della morte di Gesù, scrive il Santo Padre, “la fede si rafforza”: in quanto risorto, Egli è “testimone affidabile” e, credendo in Lui, partecipiamo “al suo modo di vedere”. Così come nella vita quotidiana ci affidiamo a specialisti quali l’architetto, il farmacista o l’avvocato, nelle “cose di Dio”, abbiamo in Gesù, colui che ce Lo spiega.

L’incarnazione di Dio permette che la fede non separi l’uomo dalla realtà ma, al contrario, lo aiuti a coglierne l’aspetto più profondo. Inoltre la fede non può essere “un fatto privato” ma si realizza all’interno del corpo della Chiesa come “comunione concreta dei credenti”, i quali non perdono la loro individualità ma, ponendosi al servizio degli altri, realizzano il loro vero essere.

Il secondo capitolo (n° 23-36), intitolato Se non crederete, non comprenderete (Is 7,9) spiega il legame tra fede e verità: se questo legame non esistesse, la fede si ridurrebbe a una “bella fiaba”, a una “proiezione dei nostri desideri di felicità”. Tanto più in un’era di crisi della verità, è dunque opportuno ribadire questo legame.

La mentalità moderna tende, riduzionisticamente, a credere solo in una “verità della tecnologia” di stampo positivista, in ciò che è “vero perché funziona”, oppure nella “verità del singolo”, mentre al contrario, guarda con molta diffidenza la “verità grande”, che spiega “l’insieme della vita personale e sociale” ed invece viene erroneamente associata ai tragici totalitarismi del XX secolo.

Non meno importante è il legame tra fede e amore (inteso non come umorale sentimento umano ma come amore di Dio) e quindi tra amore e verità, perché solo l’amore vero “supera la prova del tempo e diventa fonte di conoscenza”.

Parlando del “dialogo tra fede e ragione” e della verità nel mondo d’oggi, il Papa sottolinea che se la verità è quella dell’amore di Dio, allora non si impone con la violenza, non schiaccia il singolo. Per questo, la fede non è intransigente e il credente non è arrogante, perché la verità rende umili. Questo assioma ribadisce l’importanza del confronto interreligioso e del dialogo con i non credenti.

Il terzo capitolo (n°37-49), intitolato Vi trasmetto quello che ho ricevuto (1 Cor 15,3), ha come tema l’evangelizzazione. “Chi si è aperto all’amore di Dio – scrive il Papa - chi ha ascoltato la sua voce e ha ricevuto la sua luce, non può tenere questo dono per sé”.

La trasmissione della fede si compie, innanzitutto, di generazione in generazione, e ciò comporta un legame tra fede e memoria. Inoltre è“impossibile credere da soli”, perché la fede non è “un’opzione individuale”, ma apre l’io al “noi” ed avviene sempre “all’interno della comunione della Chiesa”.

Un “mezzo speciale” per la trasmissione della fede sono i Sacramenti, di cui l’Enciclica cita in particolare il Battesimo e l’Eucaristia. Altri strumenti privilegiati sono la confessione della fede, attraverso il Credo, il Padre Nostro e il Decalogo, inteso non come “un insieme di precetti negativi”, ma come “insieme di indicazioni concrete” per entrare in dialogo con Dio, “lasciandosi abbracciare dalla sua misericordia”.

Dato che la fede è una sola, allora deve essere confessata in tutta la sua purezza e integrità:“l’unità della fede è l’unità della Chiesa”;togliere qualcosa alla fede è togliere qualcosa alla verità della comunione.

Il quarto e ultimo capitolo (n°50-60), intitolato Dio prepara per loro una città (Eb 11,16), illustra il legame tra la fede e il bene comune, ribadendo che la fede non serve solo per l’aldilà,non allontana dal mondo e non è estranea all’impegno concreto dell’uomo contemporaneo.

L’Enciclica si sofferma poi su tutte le realtà sociali illuminate dalla fede: la famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione stabile tra uomo e donna; i giovani, di cui il Papa cita in particolare “la gioia della fede” mostrata alle Giornate Mondiali della Gioventù; la natura, dono di Dio da rispettare e da porre al servizio del bene comune; la sofferenza e la morte, che non possono essere eliminate ma possono ricevere un senso e diventare affidamento alle mani di Dio che mai ci abbandona e così essere una “tappa di crescita della fede”.

Papa Francesco chiude il capitolo menzionando una delle sue esortazioni ricorrenti: “Non facciamoci rubare la speranza,non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino”.
A conclusione dell’Enciclica, il Santo Padre invita a guardare a Maria, “icona perfetta” della fede, perché, in quanto Madre di Gesù, ha concepito “fede e gioia”.

Di Luca Marcolivio Tratto da Zenit

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