martedì 20 settembre 2011

Settanta volte sette

di Francisco Alejandro Bernal Vel, Colombia

Nei miei primi anni si sacerdozio ero cappellano di una grande base militare chiamata Tolemaida, in Colombia, una zona dalle elevate temperature in ogni periodo dell’anno.
Il mio ministero in mezzo ai soldati era diventato sterile, arido: i soldati erano molto tiepidi nella loro fede e si presentavano a Messa con poco interesse ed entusiasmo.
Ero in un momento di pieno abbattimento e sconforto, mi sentivo inutile, avevo voglia di cambiare sede, di non vivere più in caserma, ma come tutti i miei fratelli sacerdoti sparsi per le città e i villaggi del mondo; il ministero tra i soldati mi sembrava sempre più duro e improduttivo.

Pensavo che sarei stato molto più felice in una parrocchia piuttosto che in una cappellania militare, magari in una città meno calda e con gente più formata, che apprezzasse di più il mio ministero, che partecipasse con maggior devozione alla Celebrazione Eucaristica.
Un venerdì pomeriggio però ebbi una grazia dalla Spirito Santo che mi diede ispirazioni speciali per la Messa di quel giorno, una di quelle Celebrazioni Eucaristiche dove si sente fortemente la presenza di Dio che ci ispira parole benedette durante l’omelia: quelle parole riempirono l’anima anche a me che le pronunciavo.
Alla fine della Messa si avvicinò a me un soldato semplice e mi chiese di ascoltarlo per qualche minuto in privato. Lo ricevetti con piacere, lieto che un soldato si preoccupasse di qualcosa di cui parlare con un sacerdote.
Quando fummo in disparte, estrasse dalla sua borsa una cartuccia da fucile calibro 762 e me la consegnò. Non capii subito quel gesto e lo guardai stupito con sguardo interrogativo.
Poi mi disse: “Padre, oggi stesso avevo deciso di farla finita con un compagno che mi dà fastidio e che non sopporto più, ma, quando stavo per mettere la cartuccia nel mio fucile per sparargli alla testa, siamo stati chiamati tutti per venire a Messa, così ho dovuto rinviare la cosa.
Ho ascoltato la sua testimonianza e le sue parole sul perdono per i nostri fratelli,sulla necessità di perdonare fino a “settanta volte sette” e così ho deciso di regalarle il proiettile e di sopportare il mio compagno, che ora considero un fratello, affinchè io possa diventare umile come lei mi ha insegnato oggi. Grazie, Padre! Se qui non ci fosse stato lei, avrei commesso l’errore più grande della mia vita e avrei trascorso tutta la mia esistenza in carcere con un enorme peso sulla coscienza”.
Queste parole per me furono un risveglio. Capii quanto era prezioso il mio ministero; capii che dovevo smettere di pensare alla mia realizzazione personale come sacerdote e pensare invece che ogni Eucaristia consiste nell’opportunità di salvare non solo anime ma anche vite umane.
Ora so che la mia vita sacerdotale ha un enorme ed intenso significato e che ogni giorno devo impegnarmi a vivere il mio sacerdozio con più amore.

Tratto dal libro 100 storie in bianco e nero – Edizioni ART

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