mercoledì 22 febbraio 2012

Meditazione per la quaresima

Riflettiamo sull’ingresso di Gesù a Gerusalemme come preparazione a meditare la Passione del Redentore.
Gesù bevve il calice della Sua Passione sia fisicamente per opera dei carnefici, sia spiritualmente avendola sempre presente nella Sua memoria. Dobbiamo seguirlo spiritualmente con sentimenti di dolore, compassione e tristezza, fisicamente con alcune mortificazioni volontarie come il digiuno, i sacrifici ecc. e impegnandoci nelle virtù eroiche dell’umiltà e dell’amore a Dio e al prossimo.


Per immedesimarci nella Passione di Gesù sono necessarie: l’umiltà del cuore con la quale riconosciamo e confessiamo che le nostre colpe sono la causa di quei tormenti, la fiducia nella misericordia di Dio, la preghiera fervorosa e attenta e la purezza da ogni colpa.

Vari sono i modi di meditare la Passione, ma credo il più efficace sia quello di considerare le persone che vi partecipano, le loro parole e azioni, imparando da Gesù a desiderare la sofferenza e come soffrire.

La Passione deve suscitare in noi turbamento per i nostri peccati pensando Chi abbiamo offeso, che cosa ci ha fatto Gesù perché lo trattassimo con così poco affetto, lo offendessimo e osassimo dargli dei dispiaceri e pensando alla bontà di Dio e alla sua saggezza nel cercare il modo di soddisfare i nostri debiti.

Un buon modo per ricavare frutto dalla meditazione della Passione di Gesù è considerare in ogni mistero: la Persona che soffre, il suo potere, la sua carità, la sua innocenza, il suo amore; chi Egli ama e per chi soffre; la quantità e gravità dei tormenti; chi sono i suoi persecutori: giudei, gentili, nobili, plebei, potenze infernali; le persone per le quali soffre: amici e nemici, passati, presenti e futuri; i teneri sentimenti e le virtù eroiche con cui soffre e che ci lascia come testamento: umiltà, obbedienza, carità, amore, mansuetudine, fortezza e pace.

Consideriamo anche le sette stazioni del cammino di Gesù in compagnia dei carnefici e degli aguzzini che, come leoni affamati, erano avidi di bere il suo Sangue. Contempliamo il suo dolore nel veder soffrire la santissima Madre e il dolore di Lei che amava il Figlio unigenito più di se stessa. La Santissima Vergine esercitò quattro principali virtù: la rassegnazione, l’umiltà, la fortezza e la carità, estesa perfino ai nemici, per i quali pregava.

Gesù salì da Efraim a Gerusalemme in compagnia dei suoi discepoli a passo così svelto che questi ultimi quasi non potevano tenergli dietro. Egli sapeva che andava a morire, perché i giudei si erano già riuniti nel Sinedrio e avevano deciso di condannarlo a morte. Gesù ha voluto insegnarci così che nelle fatiche cammina sempre avanti a noi. Procedeva lieto perché era suo desiderio obbedire al Padre. Desiderava ardentemente soffrire ed eliminare con il suo fervore la paura dei discepoli per quello che aveva detto loro.

Gesù rivela ai suoi quello che avrebbe dovuto patire per mostrare che aveva piacere di ricordare e parlare delle sue sofferenze per prepararli a resistere con coraggio. Ma essi non compresero il senso delle sue parole, né la grandezza e il frutto della sua Passione, come succede a noi quando non la meditiamo attentamente.

Gesù entra a Gerusalemme onorato e acclamato con palme, segno di festa, perché successivamente apparisse maggiore l’ignominia e il disonore della Passione. Volle mostrarci la sua serenità nelle innumerevoli prove subite a Gerusalemme durante la Passione, per insegnarci quanto sia bello e onorevole davanti al Cielo e alla terra compiere la volontà del Padre.

I farisei, accecati dall’invidia e dalla superbia,  mormorano di Gesù e vogliono far tacere la gente. Gesù, che aveva trascorso tutto il giorno facendo del bene, non trovò in tutta Gerusalemme chi gli offrisse un bicchiere d’acqua per il timore che incutevano i giudei e così dovette recarsi a Betania, distante due miglia, a casa di Lazzaro. Questo fatto dimostra chi è Dio verso gli uomini  e chi sono gli uomini nel loro rapporto con Dio.

Quante volte Gesù, dopo essere stato con noi tutto il giorno aiutandoci e distribuendo grazie, deve andarsene altrove in cerca di carità, amore e sacrificio; in cerca di ciò che noi gli abbiamo negato per estinguere la sua sete d’amore e il desiderio di regnare nei nostri cuori.

Piangiamo le nostre ingratitudini, chiediamone perdono al nostro buon Padre. Con umiltà e fiducia supplichiamolo di non allontanarsi da noi, di riposare nei nostri cuori e dissetiamo la sua sete donandoci totalmente al suo amore. Impariamo a non esaltarci quando siamo onorati e a non abbatterci nella sventura, ma a cercare solo in Gesù e nella preghiera, la nostra speranza e la nostra pace.

Il buon Gesù si avviò verso Gerusalemme incontro alla sua Passione con animo virile, accompagnato dai suoi Apostoli. Come questi, anche noi oggi vogliamo seguire il nostro buon Padre nel suo cammino di Passione. Forse, alla vista di ciò che dovremo soffrire, ci assalirà come allora gli apostoli un certo timore. Ma se in noi arde l’amore al nostro Redentore, riusciremo a superare tutto e potremo seguirlo, portando nelle nostre mani la fiaccola delle parole profetiche che lo stesso Gesù ci dà, quando afferma espressamente che tutto quello che i profeti avevano scritto riguardo al Figlio dell’uomo presto si sarebbe avverato.

Ci sia oggi di guida la famosa e commovente profezia di Isaia: “In verità prese su di sé le nostre infermità”. Isaia vide in rivelazione il futuro Salvatore del mondo, la speranza d’Israele… Il profeta non vide una figura regale, sovrana, rivestita di maestà, adorata dai popoli e dalle nazioni, ma un uomo dei dolori, senza apparenza, reietto da tutti, piagato come un lebbroso e schiacciato nella polvere.
Tremante di orrore nel suo intimo, Isaia guardava fisso questo cumulo di miserie e non riusciva a spiegarsi un così spaventoso mistero, né a convincersi che quello doveva essere il nostro Salvatore e Redentore. Ma giunse un secondo raggio di luce a confermare la rivelazione e il profeto vide chiaramente tutta la verità e colmo di timore e di dolore annuncia  e spiega l’enigma della Redenzione.

Sì, Egli è il Redentore, uomo dei dolori, ma non a motivo della propria indegnità. Non sono state le sue colpe a causargli questi dolori di morte, ma l’amore per l’uomo lo ha spinto a caricarsi le nostre infermità, le nostre sofferenze, le nostre iniquità. Per noi fa penitenza, paga e soddisfa per i nostri peccati liberamente e mediante la sua Passione e la sua morte, ci ottiene la redenzione e la salvezza eterna.

Dopo questa visione del profeta, trascorrono i secoli e si avvicina il compimento della profezia. Finalmente viene l’Uomo preannunciato che conferma quanto il profeta predisse dicendo: “Io offro la mia vita per le mie pecore; nessuno me la toglie, io stesso la dono”. E nell’ultima cena dice: “Questo è il mio corpo che è dato per voi. Questo è il mio sangue versato per la salvezza di molti e per la remissione dei peccati”.

Quanto disse il buon Gesù è esattamente ciò che aveva previsto il profeta e tutto si realizzò nella consumazione del sacrificio tra inenarrabili dolori e tormenti, fino a portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Gesù è propiziazione per i nostri peccati e non solo per i nostri ma per quelli di tutto il mondo.
Gesù, morendo sul Calvario, non soccombe soltanto per l’odio dei suoi nemici, ma come vittima del suo stesso amore. Non muore perché deve, ma perché vuole; non per colpa di alcuni uomini, ma per tutto il genere umano. La sua Passione e la sua morte sono la vita per il mondo.

Non rifiutiamoci di accompagnare il buon Gesù nel cammino della croce e di partecipare alla sua amara Passione riflettendo, pregando, soffrendo e impegnandoci per suo amore nell’esercizio della carità. Pensiamo che quanto Gesù soffrì lo fece per la nostra salvezza. Versò il suo sangue preziosissimo per cancellare le nostre colpe e morì perché avessimo la vita eterna.

tratto da La Passione di Madre Speranza di Gesù

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