sabato 17 settembre 2011

Gioia di essere con Cristo padri e pastori - 3° PARTE

Meditazioni del Cardinale Van Thuan
 
1. Caratteristiche dell'amore
Nel dialogo riportato nel capitolo conclusivo del Vangelo di Giovanni, Gesù interroga Pietro sull'amore, ed è in rapporto alla triplice confessione d'amore che gli affida il suo gregge. "Mi ami? Mi vuoi bene? Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle" (Gv 21, 15).
Il "buon pastore" (Gv 10, 11) che dà la vita per le pecore fa di Pietro il pastore chiamato a essere tale per la forza dell'amore con cui si dona a quanti gli sono stati affidati.

La spiritualità del Vescovo e del presbitero, che può essere riconosciuta nell'identità del pescatore di Galilea divenuto il principe degli apostoli, è di essere pastore, con le caratteristiche di amore che Cristo ha vissuto e ha donato a quanti ha chiamato, affinché anch'essi amassero e pascessero il suo gregge.
Il dialogo fra Gesù e il suo apostolo viene rivissuto nel momento dell'Ordinazione, quando il Vescovo, segno di Cristo pastore, chiede agli ordinandi: volete esercitare tutta la vita il ministero sacerdotale nel grado di presbiteri, collaborando con il Vescovo nel servizio del popolo santo di Dio, sotto la guida dello Spirito Santo? (Rito dell'ordinazione dei presbiteri) Alla risposta affermativa il Vescovo aggiunge altre domande relative alla fedele sequela di Gesù nella vita di preghiera e di santificazione del popolo di Dio, al ministero della Parola, all'unione innamorata con Cristo, e alla piena comunione ecclesiale.
Dal "sì" di risposta a queste domande nasce l'identità esistenziale del ministro ordinato, segnata dalle caratteristiche che scaturiscono dall'unione con Gesù sacerdote e chiamato a essere pastore.
Cosa significa essere pastore? Per spiegarlo Gesù non ha menzionato qualcosa di specifico. Ha solo detto: "Pasci". Un pastore pasce; è il suo dovere, il suo lavoro. Per questo il nostro dovere è quello di coltivare una grande spiritualità. La quotidianità è un dovere e una grande spiritualità.
a. L'intimità
La prima caratteristica dell'identità del ministro ordinato è !'intimità, la relazione di amore e di tenerezza - profondamente sincera - con gli altri. Come il buon pastore conosce le sue pecorelle e queste conoscono lui, così il pastore è chiamato a vivere l'ascolto e la comprensione profonda di coloro che gli sono affidati, perché essi a loro volta si pongano in ascolto d'amore verso di lui.
Una simile relazione esige l'attenzione a ciascuna pecora del gregge; attenzione fatta di ricerca, accoglienza e perdono. Dove c'è l'amore del pastore là c'èlo sguardo capace di riconoscere, chiamare, accogliere, rigenerare.
b. La dedizione
La sorgente profonda di questo stile pastorale risiede nella scelta di dare la vita per le proprie pecore, come ha fatto Gesù che ha consegnato se stesso alla morte per noi peccatori.
Così il Vescovo o il presbitero che si sforzi di essere buon pastore è chiamato a spendersi senza riserve, generosamente, in un esodo da sé senza ritorno. Questa è la vera essenza della sua carità pastorale. Non importa che in questo movimento d'amore vi sia reciprocità. A volte può esserci addirittura ingratitudine. Non importa. Ciò che conta è il dono totale, la consegna generosa che irradia la gratuità del Dio vivo; il quale "non ci ama - come dice san Bernardo - perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama" (San Bernardo De diligendo Deo 26, 3).
c. L'evangelizzazione
Un simile amore spinge all'evangelizzazione di tutto l'uomo, di ogni uomo. Esso vive di uno slancio di generosità tale che non può fermarsi davanti al rifiuto, all'indifferenza o alla lontananza, ma vuole raggiungere tutti e ciascuno, specialmente le pecore che non sono ancora nell'ovile, per stringere anche con esse una relazione d'amore che fa nuovo il cuore e la vita.
d. L'unita
La meta di questo slancio è la stessa unità trinitaria. "Come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una sola cosa perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17, 21).
Il buon pastore ha negli occhi e nel cuore la bellezza di Dio Trinità Santa, e ad essa conduce le sue pecore, su di essa plasma il suo gregge, e verso di essa tende con tutto l'impegno del cuore, dell'intelligenza, della vita: verso la Santissima Trinità. Perché una volta che un pastore ha incontrato Gesù, abbandona tutto per seguirlo, cambia, si rigenera, si rinnova: Zaccheo cambia (Lc 19, 1). Matteo cambia (Mt 9, 9). Maddalena cambia (Gv 20, 18). L'adultera cambia (Gv 8, 1). L'indemoniato cambia (Mt, 9, 32). Tutti coloro che incontrano Gesù cambiano.

2. Gesù, buon pastore
Per questo dobbiamo essere contemplatori del volto di Gesù, della sua bellezza. Questa bellezza è apparsa nella storia di Gesù che ha detto di sé: "Chi vede me, vede colui che mi ha mandato " (Gv 17, 21).
È lui l'immagine radiosa del Padre; in lui il Vescovo e il presbitero pastore partecipano alla stessa fonte della vita: la paternità di Dio. Noi siamo padri perché partecipiamo della paternità di Dio.
A questo proposito il Concilio Vaticano II ha affermato: "[ fedeli devono aderire al Vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo, e come Gesù Cristo al Padre, affinché tutte le cose siano d'accordo nell'unità e crescano per la gloria di Dio " (Lumen Gentium n. 27).

"Il Vescovo, mandato dal Padre a governare la sua famiglia, tenga davanti agli occhi l'esempio del pastore che è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita per le pecore " (Lumen Gentium n. 27). Anche ogni sacerdote fa questo.
"Esercitando la funzione di Cristo capo e pastore per la parte di autorità che spetta a loro, i presbiteri in nome del Vescovo riuniscono la famiglia di Dio come fraternità animata nell'unità, e la conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo " (Presbyterorum Ordinis n. 6).

"I fedeli, dal canto loro, abbiano coscienza del debito che hanno nei confronti dei presbiteri, li trattino perciò con amore filiale, come loro pastori e padri, e inoltre condividendo le loro preoccupazioni, si sforzino per quanto è possibile di essere di aiuto con la preghiera, con l'azione, in modo che essi possano superare più agevolmente le eventuali difficoltà e assolvere con maggiore efficacia i propri compiti" (Presbyterorum Ordinis n. 9).
In questa paternità c'è reciprocità tra il pastore e le pecore. I fedeli amano e aiutano i loro pastori.

In Cristo Gesù, mandato dal Padre, anche il Vescovo come il presbitero è chiamato a riconoscere la sorgente della sua identità e missione, e a presentarsi ai suoi come un padre di famiglia, icona vivente di Colui che è la sorgente eterna e inesauribile dell'amore. Dio Padre "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito" (Gv 3, 16).

Voglio ricordare in proposito un piccolo episodio di cui sono venuto a conoscenza. Un giorno due preti giovani, francesi, passavano per piazza san Pietro per andare all'udienza privata dal Santo Padre.
Un barbone li ferma e chiede loro: "Dove andate?". Alla risposta "dal Santo Padre" egli aggiunge: "Posso mandare un messaggio al Papa? Ditegli che qui c'è un prete rinnegato: io".
I due giovani preti, giunti in presenza del Papa, glielo hanno riferito. Il Papa invece di dimostrare la sua tristezza, la sua scontentezza per questo, ha subito detto ai due preti di andare a cercare il barbone e portarlo da lui. Essi lo hanno cercato, ma era sparito, era andato altrove, e cercare un barbone nella città di Roma non è certo facile.
Lo hanno cercato per molti giorni e alla fine lo hanno trovato. Si sono presentati alla guardia svizzera per salire dal Papa. Naturalmente in mancanza di un biglietto di autorizzazione, i gendarmi hanno fatto difficoltà, fin quando una telefonata del segretario del Santo Padre ha autorizzato la visita.
Quel barbone tutto sporco, ricoperto di cenci, è andato dal Santo Padre così, nello stato in cui era. Appena il Papa l'ha visto e ha sentito che i due giovani francesi lo presentavano come un prete, si è inginocchiato e gli ha detto: "Padre, tu hai la facoltà per farlo, io desidero confessarmi".
I due giovani preti, sconvolti, sono usciti. Solo Dio conosce il dialogo che si è svolto tra il Papa e quel prete barbone. Così agisce un padre!

Noi diciamo che questo Papa è grande perché ha viaggiato tanto, più che se fosse andato sulla Luna. Ma è grande soprattutto per il suo amore di padre, ha fatto riscoprire la sua identità a quel rinnegato, gli ha ricordato che il sigillo dell'ordinazione era ancora dentro di lui. Dunque è un vero padre, trasparenza dell'unico Padre celeste rivelato dal buon pastore Gesù.

3. Il sacerdote, buon pastore
Il Vescovo è il buon pastore, come il sacerdote. È dunque padre del suo popolo nel segno di Cristo pastore, e anche icona vivente del Padre di Gesù. Questo vale anche per il presbitero.
Al Vescovo e al presbitero gli uomini domandano come hanno domandato a Gesù: "Mostraci il Padre e ci basta" (Gv 14, 8).
Questa domanda viene posta da tutti i preti e i fedeli al Vescovo, dai fedeli al prete. Ostende nobis Patrem, et nos sufficit (Gv 14, 8).

Basta che ci mostri che tu sei il Padre. Non un artista, non un professore, un tecnico, ma il Padre. Nella parrocchia non c'è bisogno di un tecnico o di un artista, c'è bisogno di un padre. Ai fedeli il pastore deve rispondere con timore e tremore, ma anche con tanta fede, quello che Gesù ha risposto a Filippo: "Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico non le dico da me, ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro credetelo per le opere stesse" (Gv 14, 9-11).

Allora io devo poter dire: chi mi vede, vede il Padre. La paternità del Vescovo, come quella del presbitero, nella quotidianità del suo stile di vita, nelle sue parole e nei suoi gesti, deve essere la rivelazione dell'amore del Padre celeste che Gesù ha reso accessibile e ha voluto offrire per mezzo dei suoi discepoli a ogni creatura.

Perché questo avvenga, il ministro ordinato deve riconoscere e far riconoscere sempre la sua vera ricchezza e la sua vera povertà. Se Dio è la sua ricchezza, nessun bene di questo mondo deve inframmezzarsi a oscurare questo tesoro, sia pur portato in vasi di argilla. La povertà, poi, è lo stile di vita di chi vuole essere ricco solo in Dio. Il buon pastore è povero di tutto, per essere trasparenza della perla preziosa, del tesoro nascosto che vale più di tutto e che va amato al di sopra di tutto. Ed è in questa povertà che il Vescovo, come il presbitero, si offre come vero padre, totalmente donato al suo popolo, disponibile in tutto, per tutti, fino al sacrificio della stessa vita, in una radicalità che può perfino spaventare.

Chi potrà essere padre così? Chi potrà dare tutto, veramente tutto? Ci conforta la rassicurazione e la promessa di Gesù: "il Padre stesso vi ama" (Gv 16, 27).
Se è Lui ad amarci, ad amarci tutti, a rendere possibile l'altrimenti impossibile amore, allora ogni ministro ordinato sa di poter essere padre col cuore di Dio, sa di poter amare in Colui che ama tutti, che non esclude nessuno.

Avete sentito, durante la guerra etnica, dei grandi lager in Africa. Terribile! Ma ci sono anche esempi di coraggio, di santità. Vorrei raccontarvi l'esempio di un sacerdote in Ruanda:
Quando la chiesa è piena del popolo, viene presidiata dalle guardie. Questo sacerdote, vestito con i suoi paramenti liturgici, si presenta alla porta della chiesa, davanti alla guardia. Gli domandano: "tu sei tuutsi o hutu?" Se risponderà "sono hutu" sarà risparmiato, non c'è problema, ma se dirà "sono tuutsi" sarà ucciso.
Egli chiede alla guardia di lasciar andare a casa i suoi fedeli. "Potete uccidermi - dice - perché io sono un padre. Un padre non è né tuutsi né hutu. lo sono un sacerdote del Signore". E le guardie hanno sparato.
È caduto veramente un martire dell'amore, un confessore della fede. Grazie a questi sacerdoti che offrono la vita per il popolo, possiamo avere buoni seminaristi, come questo sacerdote.

In Burundi le guardie sono andate in un seminario, hanno chiamato tutti i seminaristi e hanno chiesto loro: "Chi è tuutsi? Mettetevi qui. Chi è hutu? Mettetevi qui". I seminaristi hanno risposto: "Noi viviamo insieme e moriamo insieme, siamo fratelli, non c'è differenza, ci amiamo, viviamo e moriamo insieme". Sono stati tutti uccisi. Sono stati martiri della carità perché non facevano differenze, non sentivano ostilità in quella atmosfera di odio e di vendetta etnica. Ma bisogna avere preti che siano veri padri e veri pastori.
Per vivere fino in fondo questo mistero d'amore, il Signore ha voluto darci una Madre che con la sua fede sia di modello e di invito, e che con la sua mediazione materna ci aiuti.

Ogni discepolo si riconosce nel discepolo amato ai piedi della croce, e in modo particolare vi si riconosce il ministro ordinato, pastore e padre. A lui giunge la parola di Gesù che vedendo la madre lì accanto le dice: "Donna, ecco tuo figlio", e al discepolo: "Ecco tua madre" (Gv 19, 26). A Maria il Vescovo, come il presbitero, si affida come figlio umilissimo e fiducioso, prendendo la al cuore del suo cuore e al cuore della sua Chiesa. E Maria a sua volta l'accoglie unendolo nel suo cuore al Figlio divino, perché il Vescovo, o il sacerdote, ne sia immagine trasparente e fedele.
 
Nelle braccia della Madre il buon pastore rende belli i suoi pastori, e Colui che è icona del Padre li rende luminose immagini viventi della carità inesauribile del Padre suo celeste. E così Maria ci aiuta a essere padri e pastori. Vicini al cuore di Maria possiamo essere, come Gesù, padri e pastori.

Sia lodato Gesù Cristo!


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