mercoledì 22 giugno 2011

Miracolo Eucaristico di Avignone

La preghiera di Riparazione nel Miracolo di Avignone


L’amore ripara, nel duplice senso di reintegrare quello che si era corrotto e di proteggere qualcosa da quello che ancora potrebbe sopraggiungere. L’Eucaristia che è il sacramento dell’Amore per eccellenza è anche il mezzo più efficace per riparare ai danni prodotti dal peccato nella nostra umanità. 
Ad Avignone, bella città francese collocata sulle rive del Rodano, un miracolo eucaristico ci aiuta ad approfondire questo concetto della riparazione. 

Per comprendere il miracolo, avvenuto nel 1433, bisogna risalire a qualche secolo prima. Nel sud della Francia, nei primi decenni del 1200 andava grandemente diffondendosi l’eresia degli Albigesi. 

Questa eresia iniziata nella città di Albi - da cui prese il nome - e condannata fin dal secolo XI, contestava i sacramenti in particolare quello del matrimonio e dell’Eucaristia. 
Il Re di Francia, Luigi XIII, padre di San Luigi IX (noto anche come san Ludovico e festeggiato il 25 agosto), consapevole di quanto l’eresia stesse minando la fede nella Presenza di Reale di Gesù dei suoi sudditi, volle edificare ad Avignone un tempio in onore alla Santa Croce e istituire una festa, la festa dell’Esaltazione della Croce, per controbattere l’eresia. 
Nel 1226, il 14 settembre, si festeggiò per la prima volta la suddetta festa e il Sovrano, vestendo un abito frusto di color grigio, stretto da una corda e con una candela in mano, diede inizio a una processione eucaristica di riparazione che, attraversando tutta la città, si fermò poi nella Cappella di Santa Croce, dove la preghiera di adorazione continuò ininterrotta giorno e notte. 
Nacquero così i Penitenti grigi, guardiani laici del Santissimo Sacramento che adottarono la regola francescana per lo zelo con cui quest’Ordine (accanto a quello Domenicano) si oppose all’eresia. 
Questa Confraternita, che perdurò nel suo servizio di lode e di riparazione al Santissimo Sacramento anche durante gli anni della Rivoluzione francese, è una delle poche a sussistere ancora oggi. Il fiume Rodano, sulle cui rive sorge la Cappella dei Penitenti grigi, secondo un’antica tradizione straripava ogni cento anni.
Nell’autunno del 1433 piogge torrenziali ingrossarono pericolosamente le acque del fiume fino a che nella notte tra il 29 e il 30 novembre si ruppero gli argini e il fiume sommerse la città di Avignone. I Penitenti grigi, preoccupati per la sorte del Santissimo, dovettero ricorrere a una barca per recarsi alla Cappella di Santa Croce. Giunti che furono videro con sgomento che le acque avevano ormai coperto a metà la porta di entrata. Lo sgomento lasciò il posto allo stupore quando, entrando nel tempio, si trovarono depositati sull’asciutto e videro che le acque, compatte come pareti a destra e a sinistra della navata, lasciavano completamente libero il passaggio fino all’altare dell’Esposizione. 
Lo spettacolo che contemplarono Armand e Jehan de PouziIhac-Faure, capi della Confraternita e i loro dieci fratelli fu in realtà straordinario: le acque giunte a quattro piedi di altezza (quasi un metro e mezzo) avevano bagnato le custodie degli abiti della Confraternita, ma degradavano “inclinate come un tetto” verso i banchi, tanto che al centro della cappella non vi era assolutamente acqua, ma tutto era asciutto compreso ciò che si trovava davanti all’altare e cioè: libri, pergamene, indumenti, tovaglie e reliquiari. 
I dodici Penitenti corsero a chiamare alcuni dotti frati francescani che subito avviarono un’indagine per il riconoscimento ufficiale del Miracolo. Il Santissimo, portato in salvo in una Chiesa Francescana scampata dall’inondazione,venne onorato con preghiere e canti preceduti dalla lettura del passo dell’Esodo 14 al versetto 21, in cui si narra il passaggio del Mar Rosso. 
Ancora oggi, nel giorno anniversario dell’evento soprannaturale i Penitenti a piedi nudi, in ginocchio e con una corda al collo in segno di riparazione, percorrono la navata della cappella miracolosamente preservata dalle acque. 
La valenza simbolica del Miracolo non necessita di molte spiegazioni. Dodici fedeli, adoratori del Santissimo Sacramento, assistettero al rinnovarsi del miracolo dell’Esodo, radice ebraica della Pasqua cristiana. Questi dodici sono il segno di quell’umanità che grazie alla Fede della Presenza di Dio nella sua storia e nella sua Vita, riesce a passare incolume dentro alle devastazioni del peccato che certe filosofie e certi costumi favoriscono grandemente. 
Il Rodano, un fiume bellissimo che rende ancora più incantevole la città di Avignone scelta quale residenza da Papi e Re, si trasforma per le calamità naturali in minaccia. Molto spesso anche le molte cose che oggi minacciano l’uomo e lo corrompono partono da realtà di per sé belle e positive. Allo stesso modo può essere descritta l’eresia: una verità impazzita che degenera in errore. La luce dell’Amore, la luce della Presenza divina porta l’Uomo a vedere i giusti contorni della realtà e a discernere il vero bene da un bene solo apparente. 
Perché questo avvenga occorre però l’umiltà della fede, quella fede che si inginocchia consapevole che nessuno può salvarsi da solo ma che la verità e la bellezza sono pur sempre doni che vengono dall’alto. 
La preghiera di riparazione iniziata da Luigi VIII ebbe in se la forza espressiva del segno: un re che nella sua potenza s’inginocchia umilmente per chiedere aiuto dall’Alto, al Re dei Re, consapevole di combattere una lotta che non si consumava contro le forze della carne e del sangue. 
Questa preghiera non ha solo riparato i danni dell’eresia, ma ha protetto il popolo e la città dalle calamità naturali. Anzi l’inondazione è diventata segno di quell’inondazione peggiore - la mancanza di fede nell’Eucaristia e nei valori della Famiglia - che stava devastando la regione e che si risolse grazie alla perseverante preghiera di riparazione e di lode dei Penitenti grigi. 

"L'orazione, unita al Santo Sacrificio della Messa, ha una forza meravigliosa;
e con un tale mezzo l'anima abbonda di celesti consolazioni".
S. Francesco di Sales





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